Entrando nella sala Europa di Villa Romanazzi, luogo deputato da sempre ad ospitare le iniziative della Fondazione Tatarella, mi ha colpito la sostanziale diminuzione di partecipanti nel parterre dell’incontro. In quel momento Annalisa Tatarella, moderatrice della serata, stava leggendo la sintesi del libro, riportata sull’ultima pagina di copertina dello stesso.
Eccola: Comizio d’amore “Voglio bene all’Italia anche se mi fa male vederla così. Voglio bene all’Italia anche se è davvero malata, ma questo è un motivo per amarla di più. La vedo tutt’altro che eterna e possente, la vedo fragile e assente, molto invecchiata; la vedo stanca e spaventata, la maledico, ma è una ragione di più per darle il mio fiato. Perché l’Italia non è solo una Repubblica. L’Italia è mia madre. L’Italia è mio padre. L’Italia è il racconto in cui sono nato. L’Italia è la lingua che parlo, il paesaggio che mi nutre, dove sono i miei morti. L’Italia sono le sue piazze, le sue chiese, le sue opere d’arte, chi la onorò. L’Italia è la sua storia, fi glia di due civiltà, romana e cristiana. L’Italia è il mio popolo e non riesco a fare eccezioni, quelli del Nord, quelli del Sud, quelli di destra o di sinistra, i cattolici o i laici. Ho preferenze anch’io, ma non riesco a escludere per partito preso. Non escludo chi parte e nemmeno chi arriva. L’Italia è il ragazzo che va all’estero, l’Italia è l’immigrato che si sente italiano. Ho gerarchie d’amore; amo prima e di più chi mi è più caro e più vicino, come è naturale. Vorrei che l’Italia fossero pure i figli dei miei figli. Vorrei poi che l’Italia premiasse i migliori e punisse i peggiori, ma voglio che resti Italia. Con l’Europa o senza. Repubblica vuol dire che l’Italia è di tutti e lo spirito pubblico prevale sull’interesse privato. Ma dire Repubblica è troppo poco, c’è una parola più adatta: Patria. L’Italia è la mia casa, è il ritorno, è l’infanzia, il cielo e la terra che mi coprirà”. (Marcello Veneziani).
L’avevo letta ed ascoltata recitata dalla stessa moderatrice sul web, nella presentazione della serata su facebook, per cui per un attimo mi sono permesso di distrarmi e di riflettere sul perché di quella defaillance organizzativa. Francamente non ho trovato la soluzione, ma credo di aver enumerato mentalmente tutte le possibili cause o, forse è meglio dire, concause.
La gente, forse, si è stancata di ascoltare sempre gli stessi personaggi, ormai demodé, anche se importanti come Veneziani, o Sgarbi (la cui presenza è prevista il 6 novembre prossimo), e vorrebbe piuttosto partecipare ad incontri con autori come Fabio Volo o Luca Bianchini.
L’essersi ritirato dalla politica attiva da parte di Salvatore Tatarella, primo animatore della Fondazione intestata al grande Pinuccio, ha notevolmente diminuito il numero di clientes e, quindi, di partecipanti agli incontri, l’aver sospeso la pubblicazione di Puglia d’Oggi ha privato la Fondazione di un importante mezzo di diffusione delle iniziative. Forse, la ragione è da ricercarsi un poco in ciascuna delle tre ipotesi analizzate, alle quali si aggiunge l’assenza di una redazione che in passato fungeva, anche, da cassa di risonanza.
Peccato, comunque, per chi si è perso l’incontro.
L’ho trovato interessante nei contenuti. Gli ospiti al tavolo dei relatori, accanto a Veneziani ed alla moderatrice, come vedete dalla foto, sono stati il Sen. Michele Saccomanno ed, al posto dell’annunciato Sen. Nicola Latorre, il giornalista Michele De Feudis. Non so chi abbia deciso quella sostituzione, ma non credo sia stata opportuna.
Nulla da dire su De Feudis, ottimo collega, bella persona, solo che l’originaria composizione dei relatori garantiva un pluralismo, di fatto venuto meno, essendo l’orientamento del sostituto, non dissimile da quello degli altri relatori.
Veneziani apre con un paradosso. Premette che dall’Italia vanno via tanto i giovani, che emigrano in cerca di lavoro, che gli anziani, che partono in cerca di luoghi dove vivere meglio con una pensione, insufficiente in patria. Dicevamo del paradosso: se l’Italia la danno per moribonda da Prezzolini e Pasolini a Galli della Loggia, eppure ancora vive dopo oltre due secoli, evidentemente c’è ancora qualcosa di vivo e di sveglio.
Purtroppo, il patrimonio nazionale che è la bellezza del nostro Paese è fermo, ma fermo non è il brutto, che avanza sempre più. Interessante, quindi la riflessione che l’Italia nasce come cultura condivisa precedendo di secoli la formazione dello Stato.
E’ Dante a fare l’Italia, assai prima e meglio di Garibaldi. La catastrofe della I guerra mondiale, quindi, si rivelerà essenziale per unire gli italiani e farne un popolo. Sintomatico, poi, sottolinea Veneziani, che il regno d’Italia, sorto con l’unità nazionale finirà in meno di un secolo. Un regno che dura meno della vita di un uomo. Sull’Amor di patria si soffermerà invece Saccomanno affermando quindi, che lettera agli italiani è un libro di emozioni. Se, ricordando le cene a casa Berlusconi, Saccomanno parla di decadenza da ultima provincia dell’impero, non condividerà del tutto la critica di Veneziani a Berlusconi, giudicata troppo severa.
De Feudis, se da un lato ha ricordato la Puglia del 1995 con Di Cagno al Comune di Bari e Sorrentino alla Provincia, dall’altro ha trovato difficoltà a leggere ed interpretare il caso Marino. Veneziani, ripresa la parola ha distinto tra italiani, amati connazionali, ed italieni, ovvero italiani alieni. Ha poi affermato che si è passati dal Cogito ergo sum, all’ agito ergo sum, per concludere, con un poco d’ottimismo, con l’esistenza di un Italia sommersa e tenace che occorre tirar fuori.
Non ci resta che attendere il 6 novembre, sperando che il prossimo appuntamento sia maggiormente frequentato: lo meritano sia la figura di Pinuccio Tatarella, che l’impegno del fratello Salvatore al quale offro quelle mie modeste riflessioni, che altro non vogliono essere che un contributo per far sì che le vicende della Fondazione Tatarella, vadano meglio.











