«Il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita» sostiene Pier Paolo Pasolini. «Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di sé stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere» afferma Giovanni Raboni. Sono le frasi riportate sulla quarta di copertina del libro “Tifo”, firmato da Daniele Marchesini (ha insegnato Storia contemporanea nell’Università di Parma) e Stefano Pivato (professore emerito, ha insegnato Storia contemporanea nell’Università di Trieste e di Urbino e collabora con il Dipartimento di storia dell’Università di San Marino), pubblicato da Il Mulino, che ripercorre la storia e gli aneddoti più interessanti della passione sportiva in Italia.
A prescindere da quale sia l’origine della parola tifo, in Italia, patria dei campanilismi, anche sportivi, non si esaurisce nei cori intonati sugli spalti o a bordo ring per i propri beniamini. Pian piano che da fenomeno d’élite lo sport diviene manifestazione di massa, tende a trasformarsi in una passione che ha molto in comune con la vita e la morte, l’amore e l’odio.
Gli autori ripercorrono la storia della passione sportiva, con i campioni che entrano nella vita quotidiana delle persone, ne nutrono l’immaginario e vivono nel mito. Esaltando i luoghi di culto, ossia gli stadi, i ring, i velodromi. Luoghi in cui si celebra un rito pagano.
Nel libro letteratura e giornalismo d’epoca, memorie e documenti, film, canzoni, e perfino i gadget compongono un racconto corale e popolare della società italiana. Senza tralasciare il pettegolezzo sportivo, le più famose storie d’amore, i terribili dolori collettivi, i luoghi della memoria, i simulacri. Ma anche la violenza in cui spesso sfocia il rito collettivo del tifo.











