L’anno nero di Bari: l’omicidio di Benedetto Petrone

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Il 28 novembre 1977, Benedetto Petrone, un giovane operaio barese di idee comuniste, venne assassinato in pieno centro, a Bari, al termine di un agguato compiuto da alcuni militanti di opposta fazione.
Quinto di nove figli, Petrone apparteneva ad una famiglia di umili origini: era nato e cresciuto nella città vecchia, rione di San Nicola. A diciotto mesi dalla nascita, aveva manifestato i primi sintomi della poliomielite, malattia che, inizialmente, gli paralizzò entrambe le gambe. Cure successive gli permisero di camminare, seppure zoppicando e, così, il giovane potè frequentare l’oratorio del quartiere e intraprendere gli studi in ragioneria.

Tenendo all’oscuro la famiglia, Petrone s’iscrisse, giovanissimo, alla FGCI, frequentando la sezione del Partito Comunista Italiano di Bari Vecchia.
Nel 1976 abbandonò gli studi e iniziò a lavorare come scaricatore presso il mercato rionale. Nello stesso momento, aumentò il suo impegno politico e fu protagonista della lotta condotta contro l’espulsione dei ceti popolari dalla città vecchia.

Il 1977 è un anno caldo per l’Italia: i movimenti di Destra e quelli di Sinistra si contendono la guida del paese a colpi di agguati terroristici, strategie del terrore e manifestazioni politiche. Bari non è esente da questo clima di tensione: la città è divisa in zone controllate da neofascisti, come i quartieri Carrassi, Murat, Poggiofranco e Japigia ed altre di orientamento “rosso”, come la città vecchia e il campus universitario.
Le azioni dei neofascisti baresi partono spesso dalla sezione “Andrea Passaquindici” del Movimento Sociale Italiano e dalla federazione provinciale del partito, sita nel quartiere murattiano. Le cosiddette “ronde nere” presidiano di sera interi quartieri e in città si registrano diversi episodi di violenza: aggressioni a cittadini e militanti antifascisti, il lancio di bottiglie molotov contro una festa di Fronte Popolare nel quartiere San Pasquale e, soprattutto, l’azione intimidatoria nei confronti dei giornalisti de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, con il danneggiamento di una decina di auto appartenenti a membri della redazione del quotidiano.

Il pomeriggio del 28 novembre alcuni militanti della FGCI vengono aggrediti da un gruppo di missini nei pressi di piazza Massari. Tra di loro ci sono il diciottenne Benedetto Petrone e Franco Intranò, di 16 anni.
L’azione comincia quando, di fronte alla prefettura, una ventina di missini avvistano i giovani comunisti e corrono a chiamare i rinforzi nella vicina federazione provinciale del MSI. Quando il branco si scaglia contro i comunisti, tre di loro iniziano a scappare attraversando la piazza e disperdendosi nei vicoli della città vecchia, mentre Benedetto Petrone, a causa dei problemi di deambulazione, resta indietro e viene raggiunto dagli aggressori che si avventano su di lui con catene e bastoni.

Franco Intranò torna indietro per aiutare il compagno, ma viene gettato a terra e ferito da un’arma da taglio che gli penetra l’ascella. Petrone viene accoltellato sotto la clavicola e all’addome, un colpo gli risulterà fatale. Nonostante i soccorsi, Petrone giunge in ospedale già morto, mentre Intranò, seppur ferito, riesce a raccontare l’accaduto e a descrivere gli aggressori.

Nella notte vengono fermati sei neofascisti, mentre la Federazione Lavoratori Metalmeccanici di Bari proclama un grosso sciopero e il PCI e la FGCI diramano diversi comunicati, invocando la chiusura di tutte le sedi neofasciste. La mattina del 29 novembre un corteo imponente di oltre trentamila persone, tra studenti, lavoratori e semplici cittadini giunti da tutta la provincia, attraversa Bari in un clima commosso e pacifico. Intanto, un gruppo di autonomi di sinistra assale la sezione “Passaquindici” di Carrassi, devastandola e incendiandola; poi, si dirige in via Piccinni, per tentare l’assalto alla federazione del MSI. Le forze dell’ordine disperdono però gli assalitori con l’uso dei lacrimogeni.

Quando al termine della manifestazione, il corteo raggiunge piazza Prefettura e gli oratori sul palco si apprestano a pronunciare i loro discorsi, decine di gruppi di autonomi si dirigono verso via Cairoli, dove ha sede la CISNAL, il sindacato di riferimento del MSI. Gli agenti che presidiano l’entrata del sindacato sparano in aria per disperdere l’avanzata, ma alcuni gruppi ribaltano e incendiano automobili, per farne delle barricate ed un altro gruppo entra nella sede del sindacato distruggendone l’interno. In via Cairoli si susseguono gli scontri tra militanti di estrema sinistra e celerini, che sparano colpi di armi da fuoco e lacrimogeni. I disordini continueranno fino alla sera per le principali vie del centro.

In tutta Italia il PCI e la FGCI organizzano manifestazioni unitarie contro il neofascismo e fiumi di persone scendono in piazza a Torino, Firenze, Roma, Napoli e Palermo mentre, a Bari, nel pomeriggio del 30 novembre, si svolgono i funerali di Benedetto Petrone, in una gremita piazza Chiurlia, nella città vecchia.
Intanto, dei sei giovani fermati poche ore dopo l’omicidio di Petrone e il ferimento di Intranò, tre confessano subito e vengono rilasciati, gli altri tre sono arrestati per favoreggiamento: tutti gli indagati risultano iscritti al Fronte della Gioventù e, dall’interrogatorio, spunta il nome di Giuseppe Piccolo, 23 anni, come esecutore materiale dell’assassinio di Petrone.
Qualche giorno dopo, durante una perquisizione nella federazione provinciale del MSI, gli inquirenti trovano il coltello utilizzato per uccidere il giovane operaio, nascosto sotto un mucchio di aste da bandiera.

Le indagini condotte dalla compagnia locale dei carabinieri portano all’arresto di alcuni neofascisti e tre delinquenti comuni: grazie alle loro confessioni, i movimenti di Piccolo dopo l’assassinio vengono ricostruiti.

Il 13 novembre 1978 si apre il processo per l’omicidio di Petrone, che vede imputati Pino Piccolo, ancora latitante, e altri sette missini per favoreggiamento. Qualche giorno dopo Piccolo viene arrestato a Berlino Ovest con l’accusa di aver ucciso una donna durante una rapina. Alla notizia dell’arresto il MSI fa circolare un comunicato in cui descrive il neofascista come un infiltrato di sinistra ed uno squilibrato. La linea difensiva dell’omicida, insistendo proprio sulla tesi dell’infermità mentale, ottiene il trasferimento del criminale nel reparto psichiatrico dell’ospedale carcerario di Tegel.
Il processo viene sospeso in attesa dell’estradizione e la magistratura berlinese dichiara Piccolo incapace di intendere e di volere.

L’anno successivo Piccolo viene estradato e rinchiuso nel carcere di Bari e, da qui, nel centro psichiatrico carcerario di Barcellona Pozzo di Gotto. Un’equipe medica lo dichiara sano di mente al momento dell’assassinio e, il 2 marzo 1981, il processo ricomincia.
Al termine del dibattimento la Corte d’assise di Bari condannerà Piccolo a ventidue anni e mezzo di carcere, concedendo l’amnistia a due neofascisti all’epoca dei fatti minorenni.
Il 21 agosto 1984 Pino Piccolo si suicida, impiccandosi nella sua cella del carcere di Spoleto.

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