L’istituto Giuseppe Toniolo in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano ha promosso un censimento tra i giovani dai 18 ai 32 anni. La situazione che emerge sulle speranze di lavoro in Italia è decisamente sottotono, i ragazzi sono poco inclini a considerare il proprio ceppo d’origine come anche sede futura d’occupazione.
Il 61.1% degli intervistati infatti, si dichiara disponibile a cercare lavoro all’estero. Mentre l’83.4% è disposto a cambiare stabilmente città. L’orizzonte geografico si è esteso notevolmente, ma non in senso positivo grazie alla mobilità, solo perché le opportunità di lavoro si diradano nella qualità e nella quantità e l’estensione del raggio d’azione di ricerca è obbligato per chi si è visto deindustrializzare interi quartieri ed aree commerciali.
I Paesi ritenuti più attrattivi sono l’Australia, il Regno Unito e gli USA, a seguire Francia, Belgio, Svizzera, Canada, Germania. La Spagna invece è uscita fuori rotta a causa della crisi, anche lì i dati della disoccupazione giovanile si sono sensibilmente impennati.
Sono numeri desolanti e destabilizzanti per la società. Infatti gli investimenti che effettuiamo in formazione di capitale umano poi vengono sfruttati all’estero, portando via risorse umane, economiche, e finanziarie di lungo periodo.
E’ provato infatti, che le zone del Mondo con più alta densità di lavoro ad alta qualifica professionale, generino un indotto notevole sia nel commercio locale e sia nel tenere alto il livello retributivo a beneficio di tutti. Lo stesso vale per i poli produttivi di cui oggi soffriamo la delocalizzazione, che di riflesso fa soffrire anche il terzo settore dei servizi. Last but not least (ultimo, ma non meno importante) vale sempre la regola per cui dove si apre una fabbrica si aprirà anche un negozio, ma dove si apre un negozio non si aprirà di conseguenza una fabbrica.











