Medimex vuol dire musica. Quando al termine prima giornata cala il sipario su panel, incontri d’autore, lezioni e presentazioni, lei, la musica dal vivo, può finalmente recitare la parte dell’assoluta protagonista. 7 live concentrati in pochi passi, separati dalle pareti che dividono gli Stage 1, 2 e 3 dell’area destinata ai concerti serali. Occhi puntati sullo Stage 1, dove il cartellone della prima serata prevede due delle tre artiste di punta della quinta edizione del Medimex: la “sacerdotessa del rock” marocchina Hindi Zahra e l’australiana Natalie Imbruglia, reginetta del pop internazionale ormai decaduta.
Hindi Zahra, che bella scoperta. Qualcuno l’ha definita la Patti Smith del deserto, il che è già un bel biglietto da visita. Riduttivo – non certo per l’accostamento con la sacerdotessa del rock – perché nel loro viaggio verso Parigi Hindi e la sua musica hanno collezionato suggestioni e souvenir da tutto il Mediterraneo: dal chaabi nordafricano al flamenco gitano, da ispirazioni blues a venature rock, non c’è nulla che Hindi non abbia conservato gelosamente nel suo bagaglio artistico.
In appena 40 minuti dà lustro e giusto riconoscimento ad ogni solco lasciato nel suo peregrinare sulle sponde del Mare Nostrum. La delicatezza con cui accenna Beautiful Tango, singolo di lancio del suo ultimo lavoro, Homeland, è la porta d’ingresso alla sua musica elegante e mai banale, un mondo in cui immergersi, muniti di cuffiette, alla ricerca di un rigenerante sole in queste prime, fredde, serate di autunno.
Natalie Imbruglia, bella… senz’anima. Nel 1997 Torn, il suo primo singolo, aveva fatto man bassa di dischi d’oro in giro per l’Europa. Un susseguirsi di hit di successo e poi il nulla, per 8 lunghi anni, sino a Male, ultimo lavoro della bella Natalie: una raccolta di cover(!) per riprendere quanto prima dimestichezza con le zone nobili delle classifiche di vendita. Del resto solo Bari, estrema periferia del panorama musicale mondiale, poteva accogliere con tanto clamore una reginetta della musica mondiale depredata illo tempore della sua corona.
A giudicare dalla scialba esibizione dal vivo sul palco del Medimex è facile intuirne i motivi. Aggraziata come una cheerleader fresca di iscrizione al College, Natalie saltella sul palco come una viziata 16enne circondata da specchi e poster nella sua cameretta. Anche la voce è rimasta quella di una svampita e plastificata adolescente, aiutata qua e là dai controcanti in playback, stridula come ci si può aspettare soltanto da un’aspirante concorrente di The Voice, in attesa che almeno Raffaella Carrà, forse impietosita, decida di prenderla in squadra.
Giocano a suo favore l’intatto fascino della “ragazza della porta accanto” e i cori estatici del pubblico che l’accompagnano durante i brani più conosciuti. Eppure anche l’orecchio meno raffinato non avrà resistito all’ascolto della raccapricciante versione country – con retrogusto disneyano – di Friday I’m in love dei The Cure. Per la sua incolumità ci auguriamo che il buon Robert Smith non ne sia ancora venuto a conoscenza.












