Papa Francesco a Bari, così il dialogo ecumenico proteggerà le comunità cristiane in Medio Oriente

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Bari possiede una posizione geografica naturalmente proiettata verso il Mediterraneo e da secoli è ponte e crocevia tra Oriente e Occidente, come testimonia del resto il radicato culto di San Nicola, emblema del dialogo ecumenico e della fratellanza tra cattolici e ortodossi.

Non a caso papa Francesco ha scelto di svolgere qui, durante la sua visita, un momento di preghiera comune insieme ai patriarchi delle Chiese Orientali, dedicando in particolar modo la sua attenzione alla condizione dei cristiani in Medio Oriente, attualmente in condizioni di grave sofferenza. I cristiani in Medio Oriente (considerando Cipro, Egitto, Iraq, Israele, Giordania, Libano, Cisgiordania, Gaza, Siria, Turchia e la città santa di Gerusalemme), sono complessivamente 14 milioni, su una popolazione complessiva di 258 milioni di abitanti.

Si tratta di una presenza che, pur significativa, si è drasticamente dimezzata a causa dei conflitti che in quelle regioni si sono dipanati negli ultimi anni tra l’esigenza di riconoscere ed affermare libertà e diritti fondamentali dell’uomo e dei popoli e l’azione di movimenti integralisti , che strumentalizzando l’appartenenza religiosa hanno fomentato guerre, abusi e scontri di civiltà. Ciò si è tradotto in una sanguinosa oppressione delle popolazioni ed in azioni di persecuzione volte ad ostacolarne il naturale percorso di autodeterminazione, in cui la libertà di credo religioso riveste un ruolo significativo come vettore di crescita e di sviluppo, sia individuale sia collettivo.

Le problematiche legate al riconoscimento della libertà religiosa in Medio Oriente si manifestano con violenza nei confronti di tutte le minoranze (anche musulmane) non conformi ai regimi dominanti, aggravate dell’instabilità politica ed economica che tende ad esasperare le contrapposizioni tra l’ispirazione fondamentalista di alcuni movimenti islamici e le minoranze che vengono emarginate e bersagliate pur essendo popolazioni autoctone che hanno contribuito per secoli allo sviluppo culturale e sociale dei territori di riferimento.

E’ il caso delle comunità cristiane orientali il cui radicamento, preesistente all’insediamento dell’Islam, si è sviluppato in forme di comunità autonome con proprie tradizioni e riti, che durante l’Impero ottomano godevano di uno speciale regime di protezione ed a cui era riconosciuto il diritto di autoregolamentarsi: copti, ortodossi, aleviti, curdi e maroniti hanno conservato lungo i secoli la propria identità in contesti non sempre favorevoli, continuando ad essere protagonisti della storia delle loro terre. I cristiani orientali rappresentano una delle componenti sociali più dinamiche e protese verso la modernità, anche per via dei più diretti contatti con il mondo e le realtà europee, che hanno consentito loro di svolgere un significativo ruolo nei processi di riforma e nelle fasi di cambiamento socio-politico sia all’interno della struttura dell’impero ottomano, sia successivamente alla sua caduta. Le ondate di rivolta popolare che hanno scosso alla fine del 2010 il Medio Oriente, noti come “Primavere Arabe”, dopo aver portato al crollo di regimi consolidati ed alimentato la speranza di una transizione democratica, rivelatasi purtroppo immatura, hanno lasciato spazio a feroci autoritarismi e movimenti terroristici come Daesh, che ha messo in atto persecuzioni etniche e religiose, perpetuando stragi e massacri e distruggendo intere città. Uno dei bersagli più sensibili sono proprio i cristiani.

In uno scenario così devastato da guerre civili, fondamentalismo e tribalismo, è necessario restituire alle popolazioni martoriate dalla guerra e alle comunità cristiane ormai decimate la dignità e la garanzia dei diritti fondamentali, tra cui quello di uguaglianza, di libertà religiosa e di poter contribuire nel rispetto della propria identità allo sviluppo ed alla crescita culturale e sociale dei propri territori.

A tal fine diventa essenziale per tutto il mondo cristiano recuperare il senso di unità e favorire le occasioni di incontro ecumenico, poiché una delle armi più potenti contro la violenza estremista è proprio la cultura del dialogo e della cooperazione e l’invito alle comunità religiose ad essere testimoni e costruttori di pace e di speranza, nonché di una visione di futuro in luoghi martoriati dalla guerra, in cui è necessario costruire le basi per una solida democrazia e per una sana convivenza plurale.

di Maria Rosaria Piccinni
esperta delle discipline di diritto ecclesiastico,
Università di Bari

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