Papa Francesco a Bari, quell’Unità della Chiesa nel segno della Croce

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Probabilmente molti sono a conoscenza del fatto che dal 2011, in Siria, imperversa una guerra civile e che, comunque, da decenni tutto il Medio Oriente è diventata una “zona calda” del nostro pianeta. Meno persone, invece, sapranno che nel giro di un secolo la presenza cristiana in quelle terre è crollata dal venti al quattro per cento della popolazione. Questo crollo dei cristiani è dovuta sia a situazioni di persecuzione (a volte di massa, come il genocidio degli Armeni di inizio ‘900), sia alla forte emigrazione dettata dall’instabilità dell’area, situazione in cui le minoranze soffrono maggiormente le violenze tipiche che si generano in contesti fuori controllo.

Ciò che sorprende ancora di più è che le comunità cristiane sono sopravvissute in Medio Oriente per venti secoli, nonostante tutte le difficoltà legate all’essere parte di regni non cristiani, quali quello musulmano o mongolo. Tale sopravvivenza plurisecolare è dettata da un lato dalla profondità delle radici che caratterizzano la loro storia, dall’altro dalla grande capacità di integrazione e dialogo di cui sono portatrici.

Il cristianesimo, infatti, si è diffuso in quell’area sin dall’era apostolica, trovando diverse forme di inculturazione. La fioritura precoce di comunità cristiane nell’attuale Iraq, Siria, Armenia, Egitto, Turchia ha prodotto varietà liturgiche, spirituali, culturali nell’espressione dell’unica fede. Sono nate così le differenti tradizioni: quella bizantina (Costantinopoli), quella copta (Egitto), quella siro-occidentale (Siria mediterranea), quella siro-orientale (Siria continentale e Iraq), quella armena.

Le diverse comunità, di tradizioni differenti, hanno convissuto nella consapevolezza di appartenere all’unica Chiesa di Cristo, fino a quando alcune diverse prospettive teologiche, l’incapacità di comprendersi reciprocamente a causa dell’appartenenza a culture e lingue diverse, la sempre maggiore difficoltà nella comunicazione a causa degli Imperi in conflitto, hanno portato, nel V secolo, a vere e proprie divisioni. In questo modo sono nate le cosiddette Antiche Chiese Orientali, ovvero la Chiesa Assira d’Oriente, la Chiesa copta, la Chiesa siro-ortodossa e la Chiesa armena. Queste comunità hanno proseguito il cammino nella storia accanto a tutte le Chiese di tradizione bizantina, in comunione con la sede di Roma sino allo scisma del 1054. Da queste comunità, inoltre, sono nate anche quelle Chiese che, nel corso del tempo, hanno deciso di ristabilire la comunione con il pontefice di Roma, mantenendo le loro tradizioni di provenienza, dando vita alle Chiese cattoliche orientali.

Queste quindici Chiese (5 ortodosse di tradizione bizantina, 4 ortodosse orientali, 6 cattoliche orientali) costituiscono la gran parte della presenza cristiana in Medio Oriente (vi è anche la Chiesa latina e alcune Chiese evangeliche). Esse sono inserite nella società e nella cultura dei loro rispettivi Paesi, dei quali hanno contribuito anche nella formazione del loro patrimonio.

Tante Chiese presenti nello stesso territorio vengono, inevitabilmente, coinvolte nel dialogo ecumenico, ovvero nella comune preghiera e nella comune testimonianza cristiana. Come si può intuire, la condizione religiosa di minoranza, la multiformità della presenza cristiana, la situazione sociale di povertà, la comune preoccupazione per le chiese distrutte e le città disabitate, hanno contribuito a far nascere quello che potremmo chiamare “ecumenismo della vita”. Ogni giorno i cristiani si trovano ad affrontare i medesimi problemi e sono spinti a trovare soluzioni comuni.

Questo particolare microclima sociale ha prodotto dei frutti ecumenici molto visibili, difficilmente riscontrabili in altre zone del pianeta. La situazione drammatica acuitasi con la guerra ha portato ancora di più i cristiani ad aiutarsi vicendevolmente e ai vescovi a dare disposizioni ecumeniche per prendersi cura delle necessità dei fedeli. L’essenzialità della vita di fede maturata all’ombra della croce della discriminazione, della persecuzione e dell’emigrazione ha spinto il popolo cristiano verso una maggiore unità. È l’ecumenismo del martirio.

Il Libano, Paese che ospita al mondo il maggior numero di rifugiati in proporzione alla sua popolazione, è ormai abituato alla convivenza. I patriarchi e i vescovi delle diverse Chiese impiantate in Siria vivono in piena concordia. Ad Aleppo, i capi delle undici Chiese presenti si incontrano mensilmente per affrontare le questioni comuni. Nella periferia di Damasco, la Chiesa greco-ortodossa e la Chiesa cattolica melkita hanno edificato insieme un luogo di culto e si alternano nella celebrazione delle liturgie. Nei territori più devastati dalla guerra, pensiamo a certe zone interne della Siria o dell’Iraq, capita frequentemente che i fedeli, non avendo la possibilità di avere un ministro della propria Chiesa nel territorio, si rechino da quello di un’altra Chiesa per richiedere i sacramenti (il battesimo dei figli, accedere alla comunione, la confessione, i matrimoni…) e di ottenerli grazie agli accordi tra i vescovi.

Così comprendiamo che non è affatto un caso che i due arcivescovi metropoliti di Aleppo, il siro ortodosso Mar Gregorios Yohanna Ibrahim e il greco ortodosso Boulos Yazigi, si trovassero nella stessa macchina il 22 aprile del 2013 quando furono rapiti. Di loro ancora non si sa nulla. La loro testimonianza di vita è la manifestazione di come nell’esperienza della croce si viva già oggi, nel Medio Oriente, l’unità.

di don Alfredo Gabrielli
Responsabile dell’ecumenismo
Diocesi Bari-Bitonto

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