Il 5 e 6 novembre si è celebrata a Bari la 25^ Edizione di Hi-End, la mostra di alta fedeltà che presenta la fascia alta del mercato del settore. L’esposizione si è svolta su tre piani all’Hotel Sheraton: oltre ai contatti con gli operatori non sono mancati i momenti dedicati alla gastronomia e seminari su “La via dell’essere” organizzati dalla scuola shiatsu “Panta rei”. Ma l’argomento focale era l’”Audio design”, come progettazione di arte e architetture legate all’hi-fi.
In questo contesto sono stati inseriti due concerti sotto la direzione del m° Ottaviano e dell’associazione “Nel gioco del jazz”. Sabato sera si è esibito un duo di talenti animato da mille prospettive e intriganti idee musicali: Gianluca Petrella, affermato trombonista barese (diplomato col massimo dei voti al nostro Conservatorio e vincitore nel 2006 e 2007 della classifica di “Down Beat”) e Giovanni Guidi, pianista poco più che 30enne, miglior talento 9 anni fa per la rivista “Musica Jazz”. I due si sono conosciuti alla corte di Enrico Rava e hanno stretto un sodalizio spontaneo e istintivo che dal 2011 produce succosi frutti. E sicuramente Guidi sta assimilando l’esperienza di Petrella, che ha 10 anni più di lui e preziose collaborazioni di livello internazionale all’attivo. A giugno Gianluca ha registrato un album su vinile, “Cosmic Renaissance”, che presenta un progetto ancora in fase di sviluppo; ma l’ultimo cd pubblicato il mese scorso mette più in risalto le doti di versatilità e creatività del trombonista. Oltre all’amico Guidi egli ha voluto con sé in studio Louis Sclavis (clarinetto) e Gerald Cleaver (batteria), ha ri-battezzato il gruppo come “SoupStar” (titolo di un cd del 2013), e ha inciso “Ida Lupino”, ispirato sì all’attrice inglese, ma dedicato a Carla Bley per i suoi 80 anni e al marito Paul Bley, scomparso a gennaio scorso.
Petrella e Guidi, secondo una formula ormai collaudata con successo, hanno suonato in duo, rinunciando alla batteria e ai clarinetti, e la loro performance ha conquistato senza mezzi termini un uditorio attento e qualificato. La creatività di Gianluca è capace di metabolizzare eredità differenti e farle proprie personalizzandole, al di là degli schemi in una visione radicale della materia musicale. La sua è una tecnica di nicchia, fatta di note lunghe, acute, e che alterna momenti di distensione ad altri vibranti di accelerazioni. Ma in quella stessa nicchia in evidente sintonia c’è anche Giovanni a sperimentare linguaggi e a condividere improvvisazioni. “La nostra è musica sincera, che non nasconde nulla – dice – E’ la fotografia esatta del nostro lavoro e del livello artistico che abbiamo raggiunto”. Oggi destrutturazione e ricomposizione sono la base di una musica che si distingue per sintesi emotiva. E se “SoupStar” si distingueva proprio per mescolare le carte e guardare con serenità al futuro, l’ultimo cd è una conferma di un canone sempre più definito.
L’iniziale “Fidel Slow” ha un lento incedere che parte da atmosfere rarefatte per crescere di intensità, fino a sfociare nella “What We Talk About When We Talk About Love”, in cui si fa strada una melodia circolare e ripetitiva su tre accordi. E anche se “No More Calypso” anima la scena, sono i brani come “Gato” (dedicata a Gato Barbieri) e “Ida Lupino” (scritta dai coniugi Bley) che danno emozioni. In genere è il piano che apre con eloquio lirico e classicheggiante, sul quale si inserisce e si adatta il trombone scendendo nelle note basse; ma quando è il trombone a posizionarsi su note alte il piano lo segue in un equilibrio perfetto. Niente virtuosismi, né eccessi: tutto si dilata o si cela in un tappeto sonoro fatto di canovacci su cui si innestano le improvvisazioni. La tradizione e l’avanguardia sono salve.
Piccolo bis con l’accattivante “You ain’t gonna know me ‘cos you think you know” di Mongezi Feza.











