Personalmente non ho mai accettato di definire “World Music”, come avviene abitualmente, la musica dei Radiodervish. Le loro composizioni sono caratterizzate da una forte originalità che trova ispirazione nelle varie culture dell’area del Mediterraneo, superando ogni genere di confine: Occidente e Oriente si incontrano in un linguaggio unificante di pace che parte dalle nostre sponde per diventare universale. Questa idea non ha mai abbandonato il gruppo che ha raggiunto i 30 anni di attività. Quest’anno, dopo un periodo di assenza dalle scene, sono tornati sul palco del teatro Piccinni, grazie alla brillante iniziativa di Puglia Culture, per riproporsi con “Cuore meridiano”, un EP dello scorso anno, ma anche un progetto fortemente attuale con il suo carico di speranza e sofferenze.
Teatro sold out per un concerto molto atteso: ad aprirlo è stata Rebecca Fornelli, una ragazza barese di 25 anni dalla voce pulita e felicemente impostata, che ricorda un po’ Paola Turci. Accompagnandosi alla chitarra acustica ha eseguito quattro sue composizioni, fra le quali abbiamo apprezzato “LIS 10”, e “Una lunga storia”. Ne sentiremo parlare sicuramente.
Nabil Bey Salameh (voce e chitarra), Michele Lobaccaro (chitarre e basso elettrico), Alessandro Pipino (tastiere e fisarmonica), Pippo D’Ambrosio (batteria) sono i quattro Radiodervish, accolti dall’ovazione del pubblico.
Il loro progetto prende le mosse anche da un testo del sociologo Franco Cassano, “Il pensiero meridiano” pubblicato nel 1996: è una riflessione per osservare il Mare Nostrum con uno sguardo diverso e fiducioso, per ripensare e ricostruire il Sud del mondo senza accettare condizionamenti dall’esterno, per quanto allettanti possano essere. Il Mediterraneo non separa i popoli sulle sue rive, no! le sue acque toccano sponde lontane unendo e affratellando le genti. Il mare che bagna la Spagna è lo stesso che bagna le coste africane (dal Marocco all’Egitto), italiane, francesi, turche, greche, israeliane, libanesi. Il Mediterraneo è un immenso crocevia dal quale ha preso il via la civiltà dominante; è l’elemento che unisce il Nord e il Sud, l’Occidente e l’Oriente. E ciò che unisce e non divide è simbolo di pace. E la pace va coltivata, in tutti i modi possibili. Questo è il punto di partenza dei Radiodervish e il loro messaggio, musicale e culturale.
Questa idea di fratellanza non può che portare a contaminazioni: la musica dei Radiodervish è un mix di cantautorato e di tradizioni varie, di intrecci di culture che alla fine si fondono in un linguaggio unico, prima di ogni cosa definito umano. Per questo motivo Nabil, palestinese nato in Libano dove i suoi genitori furono costretti a fuggire per evitare la pulizia etnica di re Hussein nel 1948, canta in arabo e francese oltre che in italiano. Le composizioni sono splendide ballate, di quelle capaci di suscitare emozioni insospettate e incontrollabili: la grande sensibilità di Nabil si dispiega in brani come “Belzebù”, “L’esigenza”, “Due soli”, “L’immagine di te”. Il pubblico non si limita ad applaudire, ma partecipa, accompagna, canta a bocca chiusa, segue i ritmi, come in “Centro del mundo” o in “Erevan”, una danza quasi drammatica suonata con fisarmonica e oud. E poi ci sono le cover, interpretazioni di canzoni che i Radiodervish hanno fatto proprie: “Luglio, agosto, settembre (nero)”, una canzone del 1973 degli Area di Demetrio Stratos, dedicata al ‘Settembre nero’ del 1970 quando re Hussein, ancora lui, massacrò civili palestinesi; “La stagione dell’ amore” di Franco Battiato, un autore con il quale il gruppo ha frequentemente collaborato; la lirica “Les temps de vivre” di Georges Moustaki, cantautore testimone di culture varie (naturalizzato francese e figlio di padre greco e madre egiziana); “Purquoi cette pluie” dell’algerino berbero Idir, sulla guerra civile che insanguinò l’Algeria per 10 anni dal 1992. “Giorni senza memoria”, composizione originale, è un grido contro tutte le guerre, contro tutti i genocidi superando qualsiasi visione parziale: la bomba sganciata ad Hiroshima, i massacri dei nativi americani, degli Ebrei, degli Armeni, dei Cambogiani da parte dei Khmer rossi, e non ultimi dei Palestinesi. Chi uccide i bambini distrugge il futuro di un popolo: lo facevano anche i nazisti nei campi di concentramento. E Nabil punta il dito contro l’indifferenza che sta diventando norma di fronte a tanto scellerato abominio.
Nel bis arriva “Stay Human”, come atto di resistenza, appello a risvegliare la nostra coscienza di essere, e di tornare ad essere, umani. E allora torna in mente quell’abbraccio di parecchi anni fa, all’ombra della Basilica di San Nicola, l’abbraccio forte e commovente fra Nabil e Noa, musicista, ambasciatrice israeliana di pace nel mondo.












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