C’era davvero bisogno di vedere (e sentire) Stefano Bollani in un ruolo che si discostasse da quello di musicista puro legato in maniera indissolubile al suo pianoforte; una forma altra dal solito concerto per piano solo con tanto di stantio collage finale che si conclude sulle note di “Heidi”. Lo scriviamo perché Stefano non è musicista in senso stretto, ma è personaggio poliedrico, capace di fondere in un ‘unicum’ simpatico e accattivante istrionismo, ironia e musica seria, assoluto padrone della scena e dello strumento, il pianoforte. Ecco! lui col pianoforte può fare ciò che vuole, sfruttando al massimo le sue capacità di improvvisazione e immaginazione senza porsi problemi o limiti di spazio e di tempo. In questa ottica sarebbe stato riduttivo circoscrivere il suo estro nello spazio definito di una rappresentazione scenica, coniugando prosa e musica? Ci ha provato lui stesso, realizzando “La regina Dada”, uno spettacolo scritto a quattro mani due anni fa con Valentina Cenni, attrice e ballerina, nonché sua compagna d’arte e di vita.
“La regina Dada” ha debuttato al Mittelfest di Cividale del Friuli nel 2014 e solo ora è arrivato il momento del tour in Puglia con date a Barletta, Martina Franca, Altamura e, naturalmente, Bari dove siamo andati a sentirlo al Teatro Palazzo.
La vicenda narra di una regina, Dada appunto, che fugge dalla sua reggia e dal ruolo che le è stato assegnato finendo nello studio di un maestro di musica. Fra i due si instaura un dialogo atipico: lei si esprime con le parole enunciando tutte le sue angosce esistenziali, lui risponde con le note musicali, quasi timido nel comunicare. Ne nascono due mondi in apparenza separati, un dualismo parola/musica che non è mai conflitto ma integrazione, anche se l’intento è quello di far trionfare la seconda: la musica come linguaggio reale e, soprattutto, universale. In fondo, sostiene Bollani, “noi esseri umani siamo gli unici sulla terra a comunicare con la grammatica, diversa da un popolo all’altro, mentre tutti sono in grado di capire le note: parole e discorsi servono solo a confonderci.”
Ma il centro della pièce è il dadaismo con la sua destrutturazione per realizzare l’assoluta libertà espressiva dell’artista: allo stesso modo Dada deve destrutturare per potere sentirsi libera, ritrovare sé stessa e capire cosa fare della sua vita (“Abdicare significa essere liberi”). E’ importante liberarsi dalle gabbie che ci imprigionano con le leggi del cosiddetto vivere civile, leggi non scritte ma stabilite da chissà chi e chissà perché! Il viaggio verso la libertà interiore si svolge con dialoghi/monologhi surreali slegati, senza apparente filo logico, in un “mondo” fuori dal Mondo, mentre la realtà continua a bussare alla porta e a reclamarci per ricondurci alla ‘normalità’ (pensieri, assilli, ossessioni codificate).
La scenografia essenziale e intelligente è di Max Sturiale; le luci geometriche a neon di Luigi Biondi sono continui lampi sul palco, in un susseguirsi di figure che fotografano stati d’animo. Ma qualcosa non funziona: è uno spettacolo senza infamia e senza lode e che non ha la forza di decollare; spesso le parole di Valentina non sono scandite in maniera comprensibile; ci sono cali di ritmo e fluidità; le emozioni sono scarse e non ‘arrivano’. E manca il jazz vero: la musica è ricca di citazioni e divagazioni su brani classici, ma si limita ad accompagnare, non ‘spacca’, non si avverte quel lampo di genio che da Bollani è lecito aspettarsi. Avesse inserito almeno un pezzo di musica dadaista avrebbe sorpreso tutti! Qualcuno ironizza sul fatto che il taglio corto dei capelli gli ha fatto perdere forza, ma lui è come il lupo: perde solo il pelo!
Il finale è un sentito omaggio fuori programma ai grandi musicisti che quest’anno ci hanno lasciato e stanno formando una grande orchestra nell’altro mondo: Bollani suona “Kiss” di Prince, “Honky Tonky Train Blues” di Keith Emerson e canta la poetica “Doceluna” di Gianmaria Testa. Torna il Bollani che conosciamo.
Scontato successo di pubblico, del quale ha fatto parte anche Checco Zalone, perfettamente mimetizzato.











