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Sangalli: salvare l’impianto friulano buttando a mare quello pugliese. Questo l’intento della Serracchiani. Assente Vendola

Si sarebbe dovuto tenere mercoledì 4 febbraio il nuovo tavolo presso il Ministero dello Sviluppo Economico sulla vertenza Sangalli Vetro ma, per impossibilità della proprietà societaria a partecipare, l’incontro è stato rinviato. Tuttavia, a gettare scompiglio sul futuro degli stabilimenti di Manfredonia (Foggia) e Porto Nogaro (Udine) è, ora, l’ingresso della finanziaria regionale Friulia S.p.A. e della stessa Regione Friuli Venezia Giulia nella compagine Sangalli.

L’operazione di Debora Serracchiani, presidente del Friuli Venezia Giulia e braccio destro del premier Matteo Renzi getta una luce oscura sul futuro dei dipendenti pugliesi dell’azienda, e a denunciare l’operazione è il deputato Giuseppe L’Abbate (M5S).

L’ingresso della finanziaria regionale Friulia (e quindi della stessa Regione FVG) come azionista di maggioranza (54%) all’interno della società Sangalli Vetro Porto Nogaro non è un segnale a sostegno dell’occupazione e del credito vantato nei confronti dell’imprenditore, bensì piuttosto “serve a scongiurare una eventuale azione di infrazione da parte dell’Unione europea nei confronti dell’Italia, peraltro appena sanzionata in termini di apporto di contributi comunitari proprio per l’uso distorto che la politica ne ha fatto – continua il parlamentare pugliese 5 Stelle – Friulia, infatti, non entra con capitali freschi ma semplicemente aumentando l’indebitamento, di circa 10 milioni di euro. Non entra con un nuovo management ma rinnovando la fiducia alla famiglia Sangalli, nonostante la condivisa posizione di non avere di fronte un interlocutore credibile. Interlocutore che, nei fatti, ha confermato il piano liquidatorio presentando un concordato ‘in bianco’ della società sipontina senza alcun nuovo piano industriale, nonostante due mesi di richieste da parte del responsabile della vertenza al Ministero dello Sviluppo Economico. E fatto assai più grave, senza nessuna logica di mercato e senza alcuna giustificazione, se non di mero carattere politico”.

“L’antagonismo politico fra Regioni, Friuli e Puglia, a spese dei lavoratori onesti non è ammissibile. E qui si arriva al paradosso – continua L’Abbate – in quanto lo stabilimento di Manfredonia, già ammortizzato totalmente e largamente meno indebitato, con una gamma di prodotti completa e privo di concorrenti nel raggio di 600 chilometri risulta oggi di gran lunga più appetibile per i nuovi investitori”.

Ma le pressioni politiche del Pd friulano e del suo presidente Serracchiani si fanno sentire molto di più a Roma rispetto alle istanze pugliesi (ma ci sono istante pugliesi? n.d.r.). In tutto questo l’assordante silenzio della Regione Puglia, quasi del tutto assente nella vicenda, è assolutamente inaccettabile.

Il tavolo di concertazione, aperto già da tempo ma con solo il Friuli in campo, per la Puglia è stato ancora rinviato a martedì prossimo (è dal 4 febbraio che si susseguono i rinvii).

“Non ci stiamo ad assistere al sacrificio delle aspettative dei lavoratori della Sangalli di Manfredonia per soddisfare la Regione del braccio destro di Renzi, la presidente  Serracchiani, che sta remando per salvare lo stabilimento di S. Giorgio di Nogaro sulla pelle dei lavoratori di Manfredonia. Monte S. Angelo e Mattinata”.   Lo dichiara il Consigliere regionale di Forza Italia, Giandiego Gatta.

“Infatti – aggiunge –  la Serracchiani ha già ottenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico un tavolo separato da quello pugliese, (solo) quest’ultimo convocato per il 17 febbraio. Il tentativo è, con tutta evidenza, quello di salvare la fabbrica friulana, buttando a mare lo stabilimento di Manfredonia. Diversamente, si sarebbe dovuta imporre una trattazione unitaria, in ogni fase, della vertenza occupazionale della Sangalli. Mi auguro che il Governo Renzi non voglia mortificare, per banali interessi di partito, i diritti dei lavoratori pugliesi. Non possiamo dimenticare – conclude Gatta – che sia già abbastanza odioso constatare che certe aziende, dopo essersi insediate nei nostri territori con soldi pubblici (ben 90 milioni di euro!), chiudano i battenti, lasciandoci nella desertificazione economica e industriale e creando ulteriore degrado sociale”.

 

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