Sono dati profondamente disomogenei tra loro quelli che emergono nei rapporti di monitoraggio del SSN italiano, approfonditi dalla Bocconi, dal Cergas (Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale) e dal Rapporto Oasi (Osservatorio sulle funzionalità delle aziende sanitarie italiane).
Oltre alla ridondante dicotomia tra spese storiche regione per regione, con il divario tra virtuosi (come la Lombardia) e inefficienti (come la Sicilia), a pesare è l’enorme debito pregresso contratto nel tempo ed incancrenitosi nei meandri dei bilanci. A fine 2013, 33.7 miliardi di euro neutralizzavano gli sforzi fatti per attenuare la crescita della spesa e il deficit zero degli ultimi anni.
Infatti se dal 2003 al 2008 gli incrementi di budget si sono impennati del 6% annuo, tra il 2009 e il 2014 abbiamo registrato un modico 0.7% annuo di surplus.
Ma poi andando a fondo nelle analisi si scopre che il 75% delle attrezzature è vetusto, obsoleto e male organizzato sul territorio. I servizi sono fortemente orientati per le situazioni acute e poco per le malattie croniche, disperdendo il know how tra le strutture. La spesa corrente è di 1.800 euro per cittadino, mentre quella per investimenti tocca un misero 60 euro pro capite.
Gli spazi di razionalizzazione si sono esauriti, i “trucchetti”, come l’allungamento delle liste d’attesa o il taglio dei trasferimenti alle strutture private convenzionate, anche. Un quadro questo, in cui si è dato molto più peso alla gestione dei plessi e non del servizio in sé per sé.
L’elevata percentuale di richieste di cura insoddisfatte resta il nodo nevralgico per ogni Sistema Sanitario da risolvere per garantire quel sacro santo diritto alla Salute, sancito dall’art.32 della Costituzione Italiana.
Troppo spesso i nosocomi sono forieri di scandali ed inchieste riguardo la politica ed i colletti bianchi. Forse, tenere i riflettori maggiormente puntati sulla qualità delle prestazioni, aiuterebbe le classi dirigenti ed amministrative nel non creare buchi di servizio.











