HomeCulturaTeatro, 'Ali di sabbia' come ali di cera

Teatro, ‘Ali di sabbia’ come ali di cera

Non hanno senso: le ali di sabbia si disfano al vento come quelle di cera di Icaro si disfano al sole; e il sogno di volare, il sogno della libertà, svaniscono precipitando in mare. Il mare, appunto! L’elemento che forse non separa, non divide, ma unisce e mette in contatto terre e popoli. La riflessione è un punto di partenza ma anche di arrivo, ed è tanto più attuale se lo si applica al periodo che stiamo vivendo in merito al fenomeno migratorio, un fenomeno che ha segnato la storia moderna degli ultimi 30 anni almeno. Difficile non esserne in qualche modo coinvolti. L’argomento è diventato oggetto di un cortometraggio, “Borges”, e di una sceneggiatura, “Perchè le mie ali sono fatte di sabbia”, ad opera del regista barese Andrea Cramarossa e del suo “Teatro delle Bambole”. Il tutto è stato presentato qualche giorno fa alla “Casa delle Culture”, al quartiere San Paolo, di fronte a un pubblico attento e partecipe.

Il corto presenta uomini e storie, neri d’Africa e storie di disperazione, di dolore, di oppressione, di miseria: Searus, Karim, Fousseyni, Toulibaly, con i loro giocattolini innocenti da abbandonare come l’infanzia bruciata, e il mare alle spalle, unica via di fuga. Fuggire verso l’ignoto, con mezzi di fortuna e un miraggio negli occhi e nel cuore, un miraggio possibile nel deserto che si deve attraversare. Scappare dal Mali (ex colonia della Francia) per evitare la morte, affrontare le insidie dei ribelli, arrivare in Libia e qui subire maltrattamenti e torture nei lager. E’ una delle vite, che contrasta con quella reale (non forzata) di un ragazzo inglese, che tutte le mattine va a correre felice col suo cane nel parco.

“Guarda cosa accade adesso” ripete la voce fuori campo e “Quanto tempo può stare un uomo sott’acqua senza respirare!?” Quanta strada! quanta sofferenza! quanti morti! Quanti ce la fanno!?

Al cortometraggio, della durata di circa 30 minuti, è seguita la performance: altre storie narrate da Domenico Piscopo, Caterina Firinu, Cristina Siciliano, sollecitate da Federico Gobbi; nelle loro valigie solo “un po’ di speranza”. E la narrazione si fa toccante, bruciante. La guerra che inghiotte e colpisce in maniera indiscriminata e tutto distrugge (quella in Ucraina?) non può che indicare la fuga indiscriminata dalle bombe. E c’è la donna che sul barcone durante la traversata ha perso il figlioletto caduto dalle sue braccia in mare: “Dove vivo io non esiste il mare, nessuno sa nuotare! Ho solo l’ombra del figlio mio che non torna più: sono morta anch’io! E questo mi spetta perchè sono nata dalla parte sbagliata. Chi stabilisce quale sia la parte sbagliata e quella giusta?” E poi c’è la donna ripetutamente violentata dalle guardie in un lager libico, dove aspetta di imbarcarsi: “Ho avuto un figlio da uno di loro: è nato morto!”

Non è questa certamente la sede per prendere posizioni politiche, ma come negare l’universalità dei sentimenti e delle emozioni!? Il grido di dolore di una madre, la passione, l’umiliazione, il desiderio di vedere riconosciuta la propria dignità non hanno nessun colore, nessuna bandiera, nessuna nazionalità! hanno lo stesso significato per tutti gli esseri senzienti. E la guerra è la guerra, giusta e ingiusta che sia! pagata col sangue degli innocenti, in qualunque parte del mondo si combatta. Tutti abbiamo la nostra valigia di speranza e sofferenza! tutti cerchiamo felicità e vogliamo abbandonare ricordi di dolore! E allora tutti siamo anime migranti, tutti siamo stranieri e tutti  abbiamo bisogno di conforto e accoglienza. Questa la chiave di lettura, un messaggio forte e accorato, inequivocabile senza margine di errore.

Nella sala cala il silenzio, anche se le note di “Everybody Hurts” (“Tutti soffrono”) dei R.E.M. provano ad accentuare la riflessione, a scuotere dal torpore dell’indifferenza. E da quel silenzio si leva l’applauso, indirizzato non solo agli attori, non solo al regista, ma al modo in cui la performance è stata concepita, allestita e presentata; al modo in cui è arrivata dritta nelle menti distratte. Ci sono mille maniere di dire le cose e affrontare i problemi: Cramarossa ha scelto la strada di una denuncia quanto mai aderente alla realtà; un mondo ripreso con la videocamera di un sentimento umano che fa fatica a staccarsi dalla partecipazione emotiva.

Per la cronaca cortometraggio e sceneggiatura fanno parte di un progetto concepito tre anni fa, non alla luce dei respingimenti di migranti di questo mese.

Il “Teatro delle Bambole” l’anno prossimo compie 20 anni di attività: ci sono varie  iniziative in cantiere fra teatro, letteratura e conferenze.

 

Banner donazioni

Telegram PugliaIn

Per seguire in tempo reale tutte le news iscriviti gratuitamente al nostro canale Telegram

Ultimi Articoli

spot_img
spot_img