Dopo Ronald Reagan, vuole una nuova primavera fiscale Donald Trump alla guida dei repubblicani per la corsa alla Casa Bianca. Il tycoon lancia un guanto di sfida importante, alla sua rivale Hillary Clinton: “Una candidata del passato”, che lui archivierà con il pragmatismo della grande America di un tempo.
Flat Tax, aliquota fiscale unica, piatta, al 15% per le imprese (oggi al 35%) ed un prelievo del 10% per quelle multinazionali che oggi pagano le loro tasse all’estero. Giganti come la Apple che sfuggono per 216 miliardi di dollari l’anno agli esattori statunitensi. E non finisce qui.
Si perché i poveri avranno una tax free area completa, ovvero un prelievo dello 0%, mentre sui redditi, dal 39,6% di pressione fiscale massima e 7 aliquote, si passerà a 3, rimodulate così: 33% – 25% – 12%, in base ovviamente alla capacità contributiva.
Trump affonda il coltello nel cuore produttivo e nel ceto medio, tuonando da Detroit il suo dissenso per i democratici: “Qui c’è l’esempio vivente del fallimento dell’agenda economica del mio rivale. Un tradimento del settore manifatturiero americano.” Specialmente dell’industria automobilistica, rimettendo non solo in discussione i trattati di libero scambio con i paesi dell’Asia Pacifico, ma stracciando anche gli accordi di Parigi sul clima.
Il sogno americano oggi non può che incarnarsi nella fioritura di un nuovo splendore economico, dopo anni di crisi e brucianti perdite di lavoro. Questo Donald l’ha capito, metabolizzato, e proiettato nella sua candidatura.











