Durante questo soggiorno casalingo forzato, dal buonsenso oltre che dai decreti, e in crisi di astinenza da concerti per via di sale e teatri chiusi, non ci resta che ascoltare dischi. Personalmente ritrovo e riscopro quelli dei miei “amici” Mingus, Parker, Coltrane, McCoy Tyner, Baker, Shorter e (perchè no?) quelli dei tanti amici italiani. Ed ecco “Eternal Love”, a proposito di un discorso interrotto e poi non più ripreso, della serie “Dove eravamo rimasti?”. E il ricordo di un debito insoluto si fa dovere urgente: quello di rendere omaggio a uno dei dischi più belli incisi in Italia che hanno segnato il 2019. In verità l’album è uscito a ottobre del 2018 per l’etichetta pugliese Dodicilune con il sostegno di Puglia Sounds: il tempo di farlo “girare” e l’anno successivo è stato consacrato da pubblico e critica. Ne è autore Roberto Ottaviano, musicista molto attivo e popolare sia sulla scena jazz barese che su quella nazionale, da 40 anni performer di grande spessore con un’esperienza vastissima di livello internazionale (Steve Lacy, Mal Waldron, Kenny Wheeler, Trovesi, Ghiglioni, Fresu, Schiano per citarne alcuni). Attualmente è direttore artistico di prestigiose rassegne jazz e docente di sassofono presso il Conservatorio “N. Piccinni”di Bari. Negli ultimi anni ha inciso dischi di gran pregio particolarmente ispirati, come “Sideralis”, “Astrolabio” e il sottovalutato “Dreams made on Sand”. Nel 2019 Ottaviano si è aggiudicato il “Critics Poll” di “Musica jazz” e il “Readers Poll” di “JazzIt”, importanti riconoscimenti che si vanno ad aggiungere ai tanti altri.
Un album pregevole nel ricordo di Francis Bebey
Cosa fa di “Eternal Love” un album pregevole e godibile? Alla base delle produzioni di Ottaviano c’è sempre un valido motivo ispiratore. Questa volta è stato il ricordo dell’incontro con il musicista camerunense Francis Bebey, il quale gli fece risuonare dei frammenti di ossa come sonagli: gli disse che “quello è il suono dei morti che non sono morti, nel senso che ci guidano nel corso della nostra esistenza”. In Africa questo si chiama amore eterno: “Eternal Love”, appunto.
Il disco si presenta con nove tracce, di cui solo due a firma di Ottaviano; le altre sono tributi a quei musicisti che hanno lasciato il segno, a quelle anime che ci seguono e di cui percepiamo a volte la presenza in maniera inconscia. Ma la musica d’altri è solo spunto per esprimere la propria personalità e il proprio senso artistico, senza nulla togliere alle composizioni originali. “African Markeplace” di Abdullah Ibrahim è un capolavoro di perfezione stilistica, con una struttura dove tutti i componenti del quintetto hanno libertà di intervenire in un equilibrato interplay. “Chairman Mao” di Charlie Haden ha la raffinatezza del pianoforte di Alexander Hawkins, sia in primo piano che dietro le quinte. In “Mushi Mushi” di Dewey Redman, introdotto dalla batteria di Zeno De Rossi, si dispiegano idee estetiche più complesse distribuite fra sax, pianoforte e il clarino di Marco Colonna. “Oasis” di Elton Dean apre una finestra su situazioni sofferte e tormentose per arrivare a quella gemma che è “Your Lady”, immancabile tributo a John Coltrane, dove il suono rigorosamente pulito sottolinea un lirismo sempre riverente nei confronti del grande maestro. E siamo ad “Until the Rain Comes” di Don Cherry, intima, riflessiva, impalbabile, con un prezioso intervento di Giovanni Maier al contrabbasso.
[amazon_auto_links asin=”B07JZBP33V”]
“Questionable 2”, il primo brano scritto dal sassofonista barese, è sulla linea della migliore tradizione legata un po’ a Coltrane un po’ a Lacy; e poi la title track “Eternal Love”, ove si realizza un incontro magico tra spiritualità e musica: atmosfera tesa e sospesa con il soprano a disegnare volute in un cielo immaginario terso e limpido. Sono poco più di tre minuti intensi ed introspettivi che concretizzano le esplorazioni di Ottaviano.
“Uhuru”, un canto di fratellanza universale che apre questo prezioso album
Ma è con “Uhuru”, un tradizionale africano che apre il disco e che da solo vale tutto il disco, che Ottaviano compie il miracolo: la libertà delle terre della Grande Madre si traduce in un canto di fratellanza universale, dove l’introspezione si dissolve in una cantabilità insospettata e sovrana. Il sax si libra sulle tessiture del pianoforte, intenso, profondo, struggente: l’emozione è grande, si fa preghiera, e sale lentamente come lento è l’incedere della musica. La bellezza raggiunge la sfera spirituale e si fa pura.
Un lavoro dall’esecuzione magistrale, in cui tutto “suona” perfettamente.




















