L’imprescindibilità di Sanremo ai tempi del Covid è servita a confermare una moltitudine di sospetti e rafforzare delle certezze già granitiche. Dove i sospetti erano già velate certezze e le certezze erano ovvietà.
In altre parole, Fiorello è patrimonio nazionale mentre Amadeus non si capisce ancora per quale oscuro motivo viene nuovamente collocato dai vertici RAI nella categoria direttore artistico (presentatore va bene, se si limitasse ai quiz). Un po’ come Speranza al ministero della sanità, che è tanto educato e gentile ma, alla fine, utile quanto una borsa dell’acqua calda nel deserto del Sahara.
Già entrare sul palco facendosi il segno della croce ha fatto sobbalzare mezza dirigenza dalla poltrona, anche se siamo ben lontani da Monsignor Salvini che recita l’eterno riposo con la badessa Barbara D’Urso. Ma il ribadire per l’ennesima volta la scelta personale di non mollare la kermesse in un anno così complicato è sembrato un modo un po’ patetico di nascondere il classico “tengo famiglia e già che ci sono ho piazzato pure mia moglie al PreFestival”.
Amadeus, oggetto misterioso quanto uno dei monoliti apparsi qui e lì in giro per il pianeta (anche in quel caso una boutade da parte di qualche bontempone), continua imperterrito nella mission intrapresa lo scorso anno sulla stessa ribalta: leggere il gobbo con l’espressività di Takeshi Kitano, sorridere con la faccia da serial killer invasato ad ogni sillaba di Fiorello e, new entry nel repertorio, trascinare Zlatan Ibrahimovic in delle gag simpaticissime, ammesso che il vostro metro di paragone della comicità è uno di quei comici che tentano la strada da entertainer in tv locali tipo TelePozzuoli alle due di notte. Già Ibra non è che trasudi simpatia… (citofonare Lukaku).
Una cosa positiva, tuttavia, bisogna riconoscerla al caro Amadeus: quest’anno si è guadagnato eventuali regalini dalle case discografiche. Perché la qualità delle canzoni in gara è una spanna sopra all’anno scorso, anche se siamo solo alla prima serata e mancano ancora la metà dei cantanti in gara da ascoltare. Tuttavia, a parte un paio di calci nel sedere come i Maneskin e Arisa e il duo Michelin Fedez che sembrano i Jalisse con in più un botto di followers e la carta igienica a quattro strati a sancire la loro unione canora, i sussulti ci sono stati: Colapesce e Di Martino, tra “Se mi lasci non vale” e altre dieci canzoni strasentite, tirano fuori un pezzo divertente che potrebbe funzionare in radio. Gazzè resta quel genio musicale assoluto che è, menestrello moderno con testi ricercati, arzigogolati ma con una storia da raccontare. Noemi e Annalisa sono due certezze assolute, bravissime e ancora non incoronate sufficientemente per il loro valore.
Tra una canzone e l’altra, un pistolotto strappalacrime e un “ce la faremo”, c’è tutto il resto della prima serata, ovvero il meglio.
Fiorello che si presenta con “l’accappatoio di Achille Lauro”, anche se sembra piu’ uscito dal finale di “Midsommar”, e rockeggia sia “Grazie dei fiori”, che sdogana una decina di volte il Culo in prima serata, che intrattiene le poltrone vuote e ci dialoga pure, che percula chiunque è magnifico, Come lo scorso anno, viene il dubbio che Amadeus gli sia stato messo affianco per farlo scintillare ancora di più. Loredana Bertè è semplicemente straordinaria, una scarica di adrenalina che ti fa capire un concetto fondamentale: lo spettacolo lo hai nelle vene, non importa quale sia la tua età (Maria De Fillippi dovrebbe cogliere il segnale e capire che, dopo i settanta, non sono tutti rincoglioniti e patetici come Gemma Galgani).
Menzione speciale, come era prevedibile, per Achille Lauro. L’anno scorso mi domandavo su queste pagine se era il futuro della musica italiana che ci meritavamo. Quest’anno la risposta è arrivata: no. Lauro è qualcosa che trascende da qualsiasi concezione di artista ed è comunque un artista totale. E’ troppo per questo tempo ma non abbastanza. Una contraddizione perenne, tra il genio e la presa per i fondelli. Ma ieri, con quelle parole in chiusura della sua esibizione iperkitch, ha scoccato una freccia che ha colpito chiunque si ostini a non capire che non va capito. Tra una ventina d’anni, quando sarà avvenuta la sua totale trasformazione in David Bowie after Ziggy Stardust, avremo una risposta definitiva.
Come prima serata non c’è male, ma il cammino è ancora lungo. Per adesso godiamoci lo spettacolo perchè, di questi tempi, ne abbiamo maledettamente bisogno.











