I teatri riaprono i battenti, con grande fiducia e soprattutto con la speranza di non dover più subire gli effetti della pandemia. Lo fa il “Piccolo Teatro Eugenio D’Attoma”, a quasi un anno di distanza, con tutto il coraggio e la tenacia di Nietta Tempesta, piccola grande protagonista della scena barese, oggi direttrice artistica. La stagione è stata ufficialmente inaugurata il 2 ottobre con un classico della commedia dell’arte risalente a 270 anni fa: “La locandiera” di Carlo Goldoni.
Di classico in realtà nella nuova interpretazione non rimane nulla, perchè, pur restando salda nella sua struttura, la pièce, già di per sé innovativa ai suoi tempi, viene riadattata da Barbara Silvani.
Grande lavoro il suo: gli atti diventano due dei tre originali, in modo da rendere più svelta la rappresentazione; l’ironia diventa sovrana, quasi un filo conduttore sempre teso e gradevole, mai invadente; i monologhi di Mirandolina prendono i toni delle più recenti rivendicazioni del mondo femminile, con una serietà che non stride con il contesto in cui vengono recitati.
La storia viene trasferita di getto nel XXI secolo e la locanda del ‘700 diventa un B & B gestito da una intrigante Mirandolina, donna seducente, civettuola, ma anche intelligente e determinata. La “locandiera” è consapevole del suo fascino e delle attenzioni che le rivolgono i clienti e pensa di amministrarle nel migliore dei modi. Un attempato marchese decaduto e un conte, imprenditore arricchito, anch’egli anzianotto, si contendono i favori della ragazza, fin quando arriva un cavaliere scapolo, sprezzante e misogino. Gli intrecci delle situazioni creano un gioco sempre diverso e (di)vertente, in cui luoghi comuni e “spasmi” creativi si alternano, arricchiti dagli interventi dei due camerieri Daniele e Fabrizia.
E ci sono anche i cellulari che squillano, come interlocutori occasionali che sottolineano gli intermezzi. Ma chi stupisce di più sono i monologhi che Mirandolina rivolge al pubblico, spiegando le sue strategie di seduzione, spiegandosi e rivelandosi alla distanza meno frivola di quel che sembra: “Una donna quando vuole una cosa è capace di andare all’inferno e tornare”; e ancora “La persona che amo più di tutte è me stessa!”. Questo la dice lunga sul desiderio di riscatto e di indipendenza della natura femminile, aldilà di tutte le leggi non codificate di subordinazione. Non è atto di ribellione, ma la volontà precisa di riappropriazione e affermazione di sè e del proprio genere, un grido di protesta che sale da profondità abissali. Così Mirandolina si prende gioco del misogino facendolo innamorare per la prima volta e poi scacciandolo, e lascia annichiliti gli altri due pretendenti con un finale a sorpresa che non è giusto svelare.
Primo atto forse un po’ fumoso fino a quando si prende la bussola della reinterpretazione, ma dalla struttura indispensabile per lasciarsi poi trasportare nelle vicende del secondo atto.
Daniele Sirotti conduce la regia con mano felice, coadiuvato da Katia Nacci: molto accurata la caratterizzazione dei personaggi. Applausi a Tiziana Manfredi (Mirandolina) e Mina Albanese, e agli esperti Roberto Romeo, Franco Minervini e Alessandro Schino. Le musiche originali sono di Massimo Abrescia.
Si replica.












