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Il rapporto di Cittadinanzattiva sullo stato del sistema sanitario in Italia ha messo in evidenza numerose crepe e problematiche. L’analisi dell’Associazione, che riguarda soprattutto quanto è accaduto negli ultimi due anni, accendono un faro sulla situazione sanitaria, già di per se diversificata nelle varie realtà d’Italia.
Gli ultimi due anni, caratterizzati da Covid-19, hanno riportato alla luce una serie di problematiche troppo a lungo sottaciute. Il costante depauperamento della sanità ha portato a una dimensione dell’assistenza quasi esclusivamente ospedalocentrica, elemento questo emerso con tutta la sua problematicità proprio nel periodo recente.
“Considerando il caso italiano, abbiamo assistito all’esacerbarsi di criticità, carenze, mancanze che, sebbene conosciute da molti anni, hanno subito la miopia di un sistema decisionale che le ha procrastinate, considerando il Ssn come un costo piuttosto che un investimento, o anche come una cassa, costringendolo a un definanziamento costante che ne ha condizionato la tenuta dei servizi facendo emergere disuguaglianze molto profonde”. È quanto si legge nel rapporto di Cittadinanzattiva “Salute di comunità”, di recente pubblicazione, redatto con la collaborazione di Fnomceo, Fnopi, Federfarma e Fimmg e il contributo non condizionato di Farmindustria. Il rapporto analizza il sistema sanitario nel suo complesso e le riforme che verranno introdotte auspicabilmente dal DM71, in cui la riorganizzazione dei servizi territoriali appare centrale.
Carenze, disomogeneità, Case di comunità
La carenza di personale sanitario, stimata oggi in circa 46 mila unità, rappresenta oggi uno dei principali fattori di criticità della tenuta dell’intero sistema e genera parte importante dell’impoverimento del Ssn, evidenziando una chiara incapacità di programmazione che si è protratta nel tempo. A questo si è aggiunto il consolidamento di 21 sistemi regionali differenti che hanno determinato forti disuguaglianze di accesso alle cure, condizionando l’intero percorso di salute di migliaia di cittadini, spingendoli a far fronte autonomamente alle spese quando possibile, o alla rinuncia alle cure tout-court. Occorre, inoltre, rivoluzionare il sistema di presa in carico, con l’obiettivo di curare la persona e non la malattia, puntando alla multidisciplinarietà e alla prevenzione.
Se non viene cambiato il paradigma di fondo, viene segnalato nel rapporto, il rischio è che le Case di Comunità, pensate come centri logistici e operativi volti a organizzare servizi domiciliari, si trasformino in una replica di un modello ospedaliero che non introduce nulla di nuovo nell’auspicata territorializzazione della medicina e delle cure.
Le problematiche maggiori emerse
Il Covid, sottolinea il Rapporto, ha messo in evidenza un eccessivo rallentamento della capacità di mantenere percorsi di presa in carico, soprattutto in relazione a pazienti cronici e rari, “così come si è evidenziata in tutta la sua drammaticità la differenziazione tra regioni, tra modelli di offerta, tra capacità di garantire equità e precocità nelle cure”. La rinuncia alle cure, il procrastinare visite e prestazioni a causa dell’impossibilità di accedervi, la mancata attenzione alla prevenzione e ai percorsi di diagnosi precoce hanno generato un aumento della mortalità e un aggravarsi delle condizioni di salute della popolazione italiana, soprattutto dei soggetti più fragili.
La pandemia, inoltre, ha lasciato una pesante eredità: da una parte due anni di assenza di campagne di prevenzione e screening hanno concorso all’aumento della mortalità per alcune patologie, a partire da quelle oncologiche, dall’altra si è verificato un allungamento delle liste di attesa, fino a 720 giorni di attesa per una mammografia.
In Puglia
“Spreco di denaro pubblico, chiusura e depotenziamento di ospedali, inaugurazioni plurime per uno stesso ospedale, ospedali in costruzione a scadenza lavori indefinita, proclami, liste d’attesa infinite, nomine agli amici, incarichi agli amici degli amici; reparti carenti di medici e di personale socio-sanitario e senza garanzie, pronto soccorso al collasso, prevenzione a rilento, assistenza sanitaria territoriale o assistenza domiciliare integrata carenti”.
Il laconico commento è di Ignazio Zullo, presidente del gruppo consiliare di Fratelli d’Italia.
“Questo è solo un minimo elenco di fallimenti in tema di Sanità firmato dal presidente della Regione. A certificare la sconfitta delle politiche sanitarie della Puglia è un report di Cittadinanzattiva in un rapporto relativo alla Sanità nel Mezzogiorno”.
Il dato più critico è quello delle liste d’attesa che ha prodotto la riduzione di prestazioni, in Puglia, del -28.1% tra il 2019 e il 2020. Per lo screening oncologico, invece, il dato è allarmante poiché la Puglia è tra le 7 regioni che non raggiungono la soglia (9) ritenuta sufficiente per i livelli essenziali di assistenza: la nostra regione è appena a 4. Anche in tema di assistenza territoriale e continuità assistenziale, la Puglia è ai minimi termini. Quasi il 60% dei pugliesi, inoltre, rinuncia alle cure a causa dei tempi lunghi o non rispettati.
E Zullo prosegue: “un capolavoro firmato dal presidente della Regione, peggiorato senza dubbio negli ultimi anni: la Puglia subisce ancora gli strascichi di una delega che il presidente ha tenuto per sé e che ha affidato ad altri solo in periodo pandemico e post pandemico. Danni che -ahinoi- sono sotto gli occhi di tutti e si trascineranno per molto tempo. Continuare a dare consenso al governatore e alle sue liste vuol dire anche questo: favorire l’inefficienza di cui, spesso, a fare le spese sono proprio i più deboli”.











