Per il secondo appuntamento della stagione l‘Associazione “Nel gioco del jazz” ha invitato sul palco del Teatro Forma un trio collaudato, quello di Peppe Servillo, Javier Edgardo Girotto e Natalio Luis Mangialavite, rispettivamente voce, sax e tastiere. La loro collaborazione, piuttosto diluita nel tempo, risale al 2004: “Parientes”, titolo intrigante e carico di significati, è il loro terzo disco, inciso nel 2015. Ciò che accomuna questi tre musicisti, aldilà dell’affinità musicale, è una sorta di presunta parentela che sa di umanità e migrazioni. Il riferimento è la massiccia emigrazione nella prima metà del ‘900 di Italiani in Argentina, sulle navi che partivano periodicamente da Napoli. Girotto e Mangialavite sono nati a Cordoba (Argentina centrale), figli di emigrati italiani; Servillo è casertano di adozione: “Siamo Argentini, – gli piace affermare – ma anche Italiani: parientes, appunto”. Infatti tra Italia e Argentina si è creato un legame rimasto sempre vivo, divenuto flusso culturale e frenetico di andate e ritorni, denso di echi e ricordi.
Il sodalizio del trio è nato spontaneamente su queste caratteristiche di base: la solarità del nostro Meridione incontra la latinità trasferita in Argentina e calata nei temi del tango.
Peppe Servillo è fondatore e leader della piccola orchestra Avion Travel, dalla quale si stacca periodicamente per seguire progetti personali. Fratello dell’attore Toni, è egli stesso attore, ma di minore fama. Girotto, di origini pugliesi (Fasano), risiede dal 1990 in Italia: oltre a numerose collaborazioni ha fondato il gruppo degli Aires Tango, con il quale ha registrato sette dischi. Mangialavite vive in Europa e ha lavorato per ben 15 anni con Ornella Vanoni. Esperienza, intesa, amicizia, passione per il jazz, hanno dato vita a una alchimia musicale di forte impatto.
Ed è Servillo con la sua “buona creanza” (citata in ogni suo concerto), vestito di nero per mettere meglio in risalto le espressioni del volto, che conduce, apre, racconta, intrattiene, scherza con una ironia sottile e divertente. E’ tipico il suo “recitar cantando” o “cantare recitando”, tutto con garbo, gentilezza ed eleganza, anche quando osa affrontare argomenti salaci. E tra milonghe e tanghi vengono alla luce storie, personaggi, emozioni, rapporti affettivi: “La milonga sentimental”, “Cafetin de Buenos Aires” e “Parientes” introducono un’atmosfera amichevole, confidenziale quasi, divertente e leggermente nostalgica. “Chiquilin de Bachin” viene presa in prestito dal repertorio di Piazzolla (altro esempio di italiano nato in Argentina) e diventa un brano vivace; “Cambalache”, il rigattiere, cantata in parte in napoletano (o “tano” come dicono oltreoceano), è una macchietta; la descrizione più accurata è “Come si usa col ragù”, a ritmo di tango. Non mancano i pezzi strumentali di Girotto, al sax soprano, “La nona” e “La calesita”, mentre Mangialavite si ritaglia uno spazio da solista di grande intensità per tastiere e voce.
Tutti gli arrangiamenti sono dei due musicisti: Javier, criniera leonina e sguardo mite, dà profondità con un suono corposo e rotondo; Natalio accompagna con sicurezza e diligenza, e forse è in credito di qualche assolo in più. “Canta Nenè” è una splendida cumbia (ballo di origine africana popolare in Colombia), “Terra che canta non mente” è un canto nostalgico e accorato. Un concerto simile non può finire senza un adeguato bis. Che puntualmente arriva! “U pisci spada” è una delle più belle canzoni di Domenico Modugno: Servillo ne fa una versione incredibilmente drammatica per solo voce e percussioni, sfoderando tutta la sua forza recitativa. La platea ammutolisce. Da brividi! Si chiude in bellezza con un omaggio a Lucio Dalla: “L’anno che verrà”, che si presta moltissimo alla recitazione, e “Felicità”, dolce e sognante, che invita al coro il pubblico in sala.
Forse poco jazz in tutto ciò, ma il suo spirito è sempre presente.











