HomeCulturaAl Teatro Forma la Musica Tzigana, un vero patrimonio dell'Europa

Al Teatro Forma la Musica Tzigana, un vero patrimonio dell’Europa

Godibile ed entusiasmante ma anche romantica e nostalgica: è la musica tzigana, quella che nei secoli si è insediata e si è radicata nel cuore dell’Europa, quando nel tardo Medioevo i gitani si stabilirono nelle regioni danubiane. In realtà gli zingari, popolo girovago originario del Punjab, si diffusero in tutta Europa, rimanendo sempre emarginati in ogni nazione perchè vivevano in miseria di espedienti. Ma come spesso succede, sono proprio i popoli più poveri che suonano musiche che esprimono gioia.

La musica zigana, come la intendiamo oggi, ha il suo riferimento peculiare proprio in Ungheria, dove inevitabilmente finì per interagire con le culture occidentali con le quali entrò in contatto. Si realizzò un processo di biologia socio-musicale, quello che oggi in maniera semplicistica va sotto il nome di contaminazione e che in realtà è una integrazione. Non dimentichiamo che un certo Maurice Ravel compose anche la celebre “Tzigane op. 76” per violino e pianoforte.

La formazione classica dei gruppi che suonavano musica zigana in Ungheria si strutturò inizialmente in tre elementi: violino, arpa e duda (una specie di zampogna a due canne). Poi l’arpa fu sostituita dal cimbalon (o salterio ungherese) e la duda dal clarinetto. A questi si aggiunsero contrabbasso, violoncello, viola e un altro violino.

Ed è proprio di sette il gruppo che è salito sul palco del Teatro Forma di Bari per una “Notte Tzigana” organizzata da “Nel gioco del jazz”: Kovacs Karoly, (violoncello), Salasovics Norbert e Halasz Ferenc (violini), Okros Jozsef (contrabbasso), Dani Janos (viola), Kokeny Andor (cimbalon) e Zoltan Dani (clarinetto).

I nomi di questi signori probabilmente non dicono nulla, ma sono i migliori musicisti ungheresi scelti nelle varie orchestre magiare. E ci si accorge subito di avere a che fare con gente dalla tecnica straordinaria: dopo una fase di riscaldamento, per così dire, tutti hanno dato prova di virtuosismo con i loro strumenti, scambiandosi spesso il ruolo di frontmen sulla scena. Come si può rimanere impassibili ad assolo esaltanti di violini, del clarinetto e del cimbalon (sorta di arpa orizzontale che si può pizzicare o battere con bacchette felpate e che produce un suono tra pianoforte e chitarra)?

Soprattutto quando vengono eseguite le ‘csardas’ o ciarde, trascinanti e irresistibili danze popolari di corteggiamento dai ritmi vertiginosi nate nelle osterie. Chissà!? Forse potrebbero essere lontane parenti delle nostre pizziche. L’intero concerto è un entusiasmo in crescendo, anche se ogni tanto cala qualche ombra di malinconia. Questi strumenti e questi strumentisti sono capaci di tutto: musica classica, come ‘Il volo del calabrone’ di Rimskij-Korsakov, e “La marcia di Radetzky” di Strauss, ma anche musica da film, o il tango, come  “Violino tzigano”, successo di Achille Togliani scritto da Bixio Cherubini. Non sono mancati effetti speciali: meraviglioso il dialogo di cinguettii ottenuto pizzicando le corde di due violini sulle note più alte; divertente, esilarante, oltre ogni limite di abilità tecnica.

Il tutto eseguito con una naturalezza incredibile che ha strappato applausi e mietuto simpatie. Alla fine più di una corda pendeva spezzata dagli archetti dei violini.

Pubblico felice, mi va di scrivere, che dopo il bis ha fatto la fila per comprare i cd del gruppo. Ne valeva la pena.

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