Donato Carbone, esponente di lungo corso di Fratelli d’Italia in Salento abbandona il partito di Giorgia Meloni. E lo fa affidando ai social e ad un comunicato stampa riflessioni e pensieri su più di 10 anni di attività e battaglie politiche tra alti e bassi. Eccone il testo.
“Avevo 26 anni quando, nel gennaio 2013, decisi di entrare in Fratelli d’Italia, il partito che Giorgia Meloni, Guido Crosetto e Ignazio La Russa avevano fondato poche settimane prima, a due mesi dalle elezioni politiche di quell’anno.
Fino a quel momento non avevo mai avvertito la necessità di aderire a un partito: sapevo di appartenere ad una certa parte politica, ma non mi sentivo ancora rappresentato da nessun leader o progetto politico. Tuttavia, da un po’ di tempo avevo deciso che, per me, era arrivato il momento di uscire dalla confort zone e iniziare a capirne di più su quei politici “tutti uguali”.
Mi colpì molto Giorgia Meloni, che era stata vicepresidente della Camera dei Deputati e il più giovane ministro della storia repubblicana, per i più ancora una sconosciuta. Di lei apprezzai la forza, la tenacia e il coraggio che aveva avuto nel mollare tutto: aveva rinunciato ad una sicura rielezione in parlamento, per buttarsi in un progetto nuovo, un partito nuovo. “Non sarà un’avventura!” cantavamo tutti insieme, lei compresa, su un palco in un hotel a Bari. Proprio lì a Bari avevo di fatto scelto il mio Leader che, per gli altri, era una caciottara, una pescivendola e destinata ad essere una meteora ma io ci vedevo il futuro capo del governo.
Con orgoglio oggi posso dire di non aver “scambiato lucciole per lanterne”, perché il tempo mi ha dato ragione: lei e la generazione Atreju rappresentano ora il primo partito d’Italia.
Ho, sin da subito, militato in un partito che è diventato la mia casa; sono rimasto lì anche quando le cose non sono andate bene, forte del fatto che, in quegli anni, sconfitta dopo sconfitta, anche in Puglia, il partito continuava a crescere, ma ancora non decollava. Ed io dovevo sorbirmi le risatine e le battutine di coloro che, ad oggi, ne sono parte integrante. Ho fatto sempre la mia parte senza mai chiedere nulla in cambio. Anche quando nel 2017 divenni Presidente provinciale del movimento giovanile, la nomina non l’avevo richiesta. Elemosinare posizioni è un hobby che lascio ad altri.
Ho continuato a servire il mio partito con una consapevolezza maggiore: mi era stata affidata la responsabilità di formare la nostra gioventù leccese. Pur rivendicando la nostra autonomia, non ci siamo mai risparmiati in nulla: eravamo la spalla del partito, la ventata di aria fresca che mancava da un po’.
Ancora oggi, “Gioventù Nazionale Lecce” viene ricordata per la grinta e il coraggio con i quali si è distinta in quegli anni e che continua ancora oggi a perpetrare. Siamo stati coraggiosi, ad esempio, quando esponemmo a Roma lo striscione “fiamma in afFITTO”, una protesta più contro il metodo del mancato coinvolgimento della base in una scelta importante, invece che nel merito per il personaggio politico. Abbiamo rischiato le botte, conosciuto la Digos, riempito le prime pagine dei giornali locali e “guadagnato” l’attenzione mediatica nazionale. Ad oggi, posso dire che, probabilmente, l’unico ad aver “pagato” per il gesto fui io che avevo autorizzato quello striscione. Lo rifarei altre mille volte perché sono convinto che un’idea vale più di una carriera politica.
Sono rimasto ancora lì anche dopo le elezioni comunali del 2019, quando venni lasciato solo a combattere una battaglia di dignità, a rappresentare un simbolo, una storia che doveva essere difesa da tutto il partito. E se, nel chiuso di una stanza e tra pochi intimi “Lecce” era con me, mi sosteneva, mi incoraggiava, tuttavia se ne guardava bene, invece, dallo schierarsi apertamente nemmeno quando vennero tirati in ballo in un pubblico comizio.
“Gli amici di Lecce mi hanno chiesto di riservarti un angolino in lista, ma io ho detto di no”, professava qualcuno. Non saprò mai come andarono realmente le cose perché negarono tutti ma, di fatto, il partito ne era uscito pulito: a farne le spese fui certamente io che, oltre ad aver perso qualche voto “di destra”, avevo fatto una pessima figura e quei dirigenti che avevano peccato di immobilismo avevano condizionato il risultato elettorale. Sono rimasto sempre lì, al mio posto, anche dopo l’inaugurazione del circolo, avvenuta nel 2020, e per tutto il mio mandato consiliare in cui ho provato a far capire a destra, sinistra, partito e compagnia cantante, che bisognava separare l’aspetto politico locale dalla politica nazionale.
E mentre la dirigenza mi consigliava di non fare manifesti contro l’Amministrazione utilizzando il simbolo del partito, io ho difeso quella casa in Consiglio comunale, in un pubblico comizio e in tutte le occasioni che mi si sono presentate, sempre con grande senso di responsabilità verso chi mi aveva votato, la lista in cui ero stato eletto e il partito che rappresentavo.
Ho superato, con dispiacere, le mancanze di rispetto che ci sono state in questi anni, soprattutto quando alcuni rappresentanti politici e candidati di FdI venivano “in visita” o “in passerella” a Miggiano.
Peccato che io, che ero segretario di quel partito, non sono stato mai avvisato. Stesso discorso per i comitati elettorali, i manifesti, le spillette che “quegl’altri” appuntavano sul petto con strafottenza ed arroganza, e le deleghe per i rappresentanti di lista che gli stessi ricevevano puntualmente tramite una corsia preferenziale.
Sono rimasto, a fatica, al mio posto quando il Sindaco di Miggiano è stato candidato alla presidenza della Provincia nel 2022, proprio dal mio partito (che era diventato anche il suo di partito, poiché si era magicamente tesserato qualche giorno prima). “Non c’erano altri candidati disponibili” mi veniva propinato ma, nonostante la pesante sconfitta, chiamiamola pure figura di merda, per il perdente si aprivano le porte di ANCI Puglia, quasi come risarcimento per essersi immolato per la causa. Nel partito, inoltre, riceveva un trattamento speciale e non di rado un posto in prima fila ed io, che rappresentavo il movimento giovanile, spesso rimanevo in piedi.
Alle vetrine di circostanza ho sempre preferito stare nella mischia, con i miei ragazzi, a godermi lo spettacolo, seppur basito. Quando poi, per limiti di età, mi sono dimesso da Presidente provinciale di Gioventù Nazionale, le volte in cui ho partecipato o presenziato alle iniziative pubbliche di partito sono diventate sempre meno frequenti. Ho risparmiato soldi e guadagnato in salute.
Avevo già capito che, a Miggiano, dovevo vedermela da solo.
Ancora una volta. La resa dei conti è infatti arrivata alle elezioni comunali del 2024 in cui tutti (ad eccezione del sottosegretario Gemmato) si sono impegnati a fare schifo. Il copione è stato lo stesso: le deleghe per i rappresentanti di lista sono state doppie (Fratelli d’Italia – lista 1 vs Fratelli d’Italia – lista 2: roba de pacci!); il partito non si sarebbe esposto, per me non poteva farlo sicuramente, ma doveva essere salvaguardato. Io continuavo, da un palco, a difendere, ancora, il mio partito, il circolo, la mia posizione e a giustificarmi, quotidianamente, per la mia scelta con chiunque avesse il dono della parola. E mentre io ero il reietto che si era candidato contro un sindaco della sua stessa parte, il palco opposto al mio si era trasformato nella succursale della Segreteria provinciale in cui si sbandieravano al vento di tramontana i nomi dei candidati alle elezioni europee e quelli dei vertici del partito.
La chiusura della campagna elettorale affidata ad un Ministro della Repubblica del mio partito é stata per tutti una sorpresa, ma per il sottoscritto una vigliaccata e non solo perché non ero stato avvisato. L’esito delle elezioni si è deciso quella sera stessa. Nessuno ha proferito parola nemmeno quando sull’altro palco annunciavano imminenti presenze confermate del mio Segretario provinciale; per non parlare del manifesto di auguri per la nuova amministrazione proprio a sua firma, affisso l’indomani del voto, che ha fatto maturare in me la consapevolezza che del mio partito non era rimasto più niente. Per tali ragioni e per rispetto a me stesso, alla mia storia, a tutte le persone che ho rappresentato, quest’anno, non ho sottoscritto la tessera a Fratelli d’Italia.
Se ne sarà forse accorto qualcuno?
Ne dubito: da Presidente di circolo non ho ricevuto la famosa chiamata dai dirigenti provinciali incaricati mentre ho saputo che chi oggi “si atteggia a chissà quale dirigente di partito” (per usare una sua frase) senza averne il ruolo ha chiamato in giro a sollecitare il tesseramento. Per me è stata una scelta non facile, una decisione sofferta e in totale autonomia, ma dettata dal fatto che non sono più disposto a difendere qualcosa e a giustificare metodi o assenze di altri. Lo devo a tutte le persone che in questi anni mi hanno supportato in questa battaglia, che hanno creduto in me e in quello che rappresentavo, a tutti coloro i quali mi hanno voluto come segretario e che non sempre sono riuscito a difendere.
A loro le mie scuse.
Le scuse le devo anche a me stesso per tutto quello che ho sopportato, senza nessun motivo, solo per la squallida tesi che una carica vale più di un’idea onesta, agli anni che ho speso per quell’idea, al tempo sottratto allo studio e al lavoro, alle energie impiegate per questa insana passione e mi scuso con la mia famiglia che mi ha visto fallire in questa impresa. Ai ragazzi del movimento giovanile, che non mi hanno mai fatto sentire solo e che mi hanno supportato e incoraggiato, ho insegnato ad essere speciali e ragionare con la propria testa. Adesso tocca a me, di nuovo, fare la differenza. Io, che sono stato sempre poco affine alle correnti ma semplicemente un meloniano della prima ora, continuerò a tifare per quell’idea e un giorno, non troppo lontano, mi sentirò di nuovo a casa. Ne sono sicuro! Fratelli d’Italia ha le potenzialità per essere un grande partito, non solo in termini di consenso. Basterebbe che le qualità umane di coloro che ne costituiscono la base, non siano costrette ad arrendersi all’immobilismo a senso unico di alcuni suoi dirigenti.
Convinto che il tempo mi darà ragione, come nel 2013, lascio agli altri ciò che, furbescamente, maldestramente, prepotentemente e subdolamente hanno ottenuto e la convinzione di aver vinto la battaglia della vita. Si prendano pure tutto, non avranno mai le nostre scarpe piene di fango e le nostre mani pulite”.
Donato Carbone











