Anni fa (anni ’90), non ricordo per quale futile motivo, rinunciai ad andare a sentire il concerto di una sconosciuta jazz singer canadese; me ne sono pentito amaramente: era Diana Krall. Così, memore di quell’episodio, quando ho saputo che al Teatro Forma per “Nel gioco del jazz” si sarebbe esibito tale Fabien Enger, presentato come talento emergente, ho pensato bene di non trascurare l’evento. Questa volta non me ne sono pentito. E’ il caso di dire che il maestro Pietro Laera, direttore artistico dell’Associazione, ha calato quello che fra qualche tempo diventerà il classico asso da novanta! Si pentiranno di sicuro gli assenti che hanno snobbato l’evento.

Il giovane Fabien è nato in Francia e si è formato nei conservatori di Parigi, Metz e Strasburgo. Poi, come avviene per la maggior parte dei musicisti che amano il jazz, è arrivata l’esperienza americana: il jazz (musica afroamericana per eccellenza) è nato negli Stati Uniti, e forse non sarebbe mai esistito in nessun altro luogo. Negli USA Fabien ha bruciato le tappe dell’esperienza frequentando gli ambienti musicali e gli artisti più talentuosi di Washington, Chicago, New Orleans e soprattutto di Philadelphia. Ed è proprio a Philadelfia che si è laureato in ‘Master of Music in Jazz Studies’ al Temple University e dove ha fissato la sua attuale dimora. Il 2022 è stato l’anno dei premi e dei riconoscimenti, e a novembre scorso è uscito il suo primo album, “Off the Seabed”, ispirato alle profondità marine: con lui al pianoforte Justin Griggs, altro astro nascente. Il disco, registrato e mixato nei Turtle Studios di Philly, è stato masterizzato a…..Bari, presso la Inner Urge Records dal nostro chitarrista Fabrizio Savino. E siccome nulla avviene per caso, questo va interpretato come un segnale: Fabien vuole mantenere e saldare il legame culturale fra USA ed Europa, quello che i governanti del nostro tempo non riescono a realizzare in campo politico internazionale.
Ed è proprio un ponte ideale USA/UE che attraverso il modern jazz Fabien pare voglia costruire. Musica raffinata, colta, dalle sonorità ricercate e profonde che sgorgano con naturalezza e spontaneità. E le composizioni che in duo sul disco alla distanza possono suscitare una sensazione piatta, sul palco in quartetto acquistano nuova linfa in un interplay più articolato e vario, sempre entusiasmante. Al pianoforte e tastiere elettriche c’è Giuseppe Magagnino, salentino classe 1977, che dopo il diploma al “Tito Schipa” di Lecce, ha preso il massimo dei voti e lode in musica jazz al “N. Piccinni” di Bari. L’eccellente pianista è stato sovente l’alter ego di Fabien, con improvvisazioni calibrate, intelligenti, preziose e mai leziose. Ottimi anche gli armonici al contrabbasso di Aldo Capasso, un giovane che quando ha avuto spazio per qualche assolo ha dimostrato di avere classe e destrezza. Silvio Annese alla batteria ha svolto lavoro ordinario, ma anche lui di sicuro ha da “dire” qualcosa in più. In questa maniera la creatività di Enger si è dispiegata in tutta la sua potenzialità, mettendo in luce sapienza stilistica ed equilibri sonori.
I brani del disco sono stati eseguiti quasi tutti: “Nostalgie des rendez-vous manquès”, “Alleycat Tribute”, “Auf den Ersten Blick”, “Centipede” e “Off the Seabed” che da il titolo al cd. C’è lirismo senz’altro, ma qua e là si riconoscono tracce di blues e di mainstream, dal quale è inevitabile passare, soprattutto nel bis. E, ha a proposito di mainstream, mi si lasci passare una personale riflessione: trovo una certa, e non tanto vaga, rassomiglianza di Enger con il giovane Chet Baker, soprattutto per la fronte e quel ciuffo di capelli che vi si appoggia. Confrontare per credere.
A Fabien auguriamo di non essere un replicante di Chet, ma una sua naturale evoluzione.











