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La crisi aziendale del gruppo Natuzzi si riaccende con toni drammatici in questi ultimi giorni dell’anno. Durante l’ultimo incontro tenutosi a Roma presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), il patron Pasquale Natuzzi ha svelato le carte del nuovo piano industriale 2026-2028, delineando uno scenario di forte ridimensionamento che colpisce duramente il territorio pugliese e l’economia barese in particolare: un vero e proprio “piano di lacrime e sangue” che mette in grandissima agitazione lavoratori e sindacati, con un futuro assolutamente nebuloso e tutto da riscrivere.
La notizia principale riguarda un taglio drastico della forza lavoro e della capacità produttiva: sono stati annunciati 479 esuberi e la chiusura definitiva di due stabilimenti storici.
I dettagli del Piano Industriale: Chiusure e Tagli
Il piano presentato dai vertici aziendali prevede una riorganizzazione che impatta pesantemente sulla platea dei circa 1.800 lavoratori attuali. Le misure più critiche includono:
Chiusura dello stabilimento di Graviscella (Altamura).
Chiusura dello stabilimento di Jesce 2 (Santeramo in Colle).
Dichiarazione di 479 esuberi strutturali.
Questa mossa rappresenta un duro colpo per il distretto del mobile imbottito, che vede ridursi ulteriormente la presenza produttiva diretta di uno dei suoi marchi più iconici.
La reazione dei Sindacati: “Piano inaccettabile”
La risposta delle organizzazioni sindacali non si è fatta attendere. Di fronte a quello che è stato definito un piano di “lacrime e sangue”, i sindacati hanno immediatamente preannunciato lo stato di agitazione.
Ignazio Savino, segretario generale della Fillea Cgil, ha espresso una condanna netta delle intenzioni aziendali: «È assente qualunque impegno di investimento per il futuro. Questa proposta è evidentemente inaccettabile per noi perché, se davvero si vuole guardare al 2028, bisogna farlo difendendo un’occupazione di qualità e gli stabilimenti in Italia».
Secondo i rappresentanti dei lavoratori, la strategia dovrebbe essere opposta: internalizzare il lavoro oggi affidato ai conto terzi e riportare i volumi produttivi in Italia, piuttosto che tagliare. A preoccupare ulteriormente le sigle sindacali c’è l’uscita di scena del manager delle risorse umane, figura che fino ad oggi era stata garante degli accordi pregressi, creando un clima di «destabilizzazione e confusione».
Il nodo degli aiuti di Stato e la Cassa Integrazione
Un punto cruciale della discussione riguarda gli ingenti investimenti pubblici ricevuti dall’azienda negli anni passati. Leo Caroli, a capo della task force regionale per le emergenze occupazionali, ha ricordato durante il vertice romano che Natuzzi ha beneficiato di fondi per il rilancio, la riqualificazione del personale e il reshoring (ritorno in Italia) delle produzioni.
Nonostante questo supporto istituzionale, l’azienda sembra intenzionata a scaricare i costi della crisi sulla forza lavoro. L’unico elemento di stabilità, al momento, è rappresentato dalla proroga della cassa integrazione, già autorizzata per tutto il 2026, che funge da paracadute temporaneo per i dipendenti.
Le prossime tappe: il calendario della vertenza
I sindacati hanno chiesto il ritiro immediato del piano e diffidato l’azienda dal compiere azioni unilaterali (come spostamenti di macchinari o trasferimenti) prima della conclusione del confronto istituzionale.
Ecco le date chiave per il futuro della Natuzzi:
9 Gennaio: Incontro presso la Regione Puglia. Sarà un tavolo tecnico per entrare nel merito delle questioni locali.
25 Febbraio: Nuovo incontro al Mimit. In questa sede sarà necessario chiarire definitivamente obiettivi, investimenti e volumi produttivi.
L’obiettivo dei sindacati è arrivare a questi appuntamenti con una mobilitazione tale da costringere la proprietà a rivedere i tagli e a presentare un piano di vero rilancio industriale.











