“Mi chiamo Pericle e di mestiere faccio il culo alla gente”.
Un tatuaggio lungo la schiena è il segno indelebile che tratteggia Pericle il nero interpretato da Riccardo Scamarcio sulla pellicola diretta da Stefano Mordini. Un uomo diviso in due, ma solo dopo avere conosciuto il lato b della vita. Un tatuaggio che confina Il male e il bene; famiglia di sangue e la famiglia di fatto; Napoli e il Belgio; la pizza e la malavita.
La notte e… la notte perché il protagonista del film di verità ne conosce una sola. Quella che gli ha insegnato don Luigi. Padre padrone e di crudeltà oltraggiosa ai confini di una inattendibile tenerezza. Unico insegnamento: mettere a tacere chi si ostacola l’apertura di una nuova pizzeria in terra d’oltralpe.
Se la regola dei doppi ha leggi confuse, la camorra ha regole chiare. Pericle abbandona Atene per recarsi in Belgio è un cane sciolto tenuto a guinzaglio da don Luigi rispettatissima interpretato da Gigio Morra, approdato dal teatro al cinema.
Il genere è noire e a Cannes è attesissimo tra i film di genere.
Il dialogo interiore descrive l’ascesa esistenziale del cane imbrigliato alla corda di un padrone che ne riconosce l’esistenza solo alla luce oscura dei propri ordini.
Pericle non sa distinguere il bene e il male. È un orfano che riconosce solo il ricordo in rosa della madre morta dal dolore inflitto per l’uccisione dell’uomo amato, proprio per ordine dell’uomo che si finse padre. Ma è sempre l’amore che induce l’uomo a riconoscere il lato migliore di se stessi e nel caso del Nero a schiarire il vetro appannato della propria esistenza per scoprire il senso della famiglia che aveva solo confusamente immaginato.
Temendo di avere ucciso la sorella del temuto boss rivale del suo mentore scappa e trova rifugio non nella sicurezza della falsa famiglia che invece lo tradisce, ma in una panettiera francese, nel suo appartamento, coi figli di lei.
Dove c’è un giocattolo, che sia la barbie delle nipotine del boss, che sia la trottola dei bimbi di Anastasia, c’è un pezzo di infanzia non vissuta del protagonista che li osserva e ci gioca come un fanciullo che vede il trenino di legno rubato dai fatti di una guerra.
La vita di Pericle Scalzone è nera come il ‘titolo’ che si è guadagnato sul campo.
Il film è tratto dall’opera visionaria di Giuseppe Ferrandino, eppure c’è un tanto Foster Wallace nel Pericle che è tutto tranne che l’emblema della democrazia. Anzi sembra aver scritto lui: “Il cane odiava quella catena. Ma aveva una sua dignità. Quello che faceva era non tendere mai la catena del tutto. Non si allontanava mai nemmeno quel tanto da sentire che tirava. Nemmeno se arrivava il postino, o un rappresentante. Per dignità, il cane fingeva di aver scelto di stare entro quello spazio che guarda caso rientrava nella lunghezza della catena. Niente al di fuori di quello spazio lo interessava. Interesse zero. Perciò non si accorgeva mai della catena. Non la odiava. La catena. L’aveva privata della sua importanza. Forse non fingeva, forse aveva davvero scelto di restringere il suo mondo a quel piccolo cerchio. Aveva un potere tutto suo. Una vita intera legato a quella catena. Quanto volevo bene a quel maledetto cane.”
Già applaudito dal pubblico ieri sera è atteso al 60esimo Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard.











