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La vertenza lunga e complicata del polo siderurgico dell’ex Ilva di Taranto vive ore di tensione, sospesa tra una battaglia giudiziaria senza sosta, il concreto rischio di un collasso occupazionale sul territorio e delicate manovre di rilancio industriale sul tavolo del Governo.
Ricorso in Cassazione e fermata dell’area a caldo
I legali di Acciaierie d’Italia (AdI) sono al lavoro per definire i dettagli del ricorso da presentare alla Corte di Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Milano, che ha confermato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento tarantino. L’impugnazione, che potrebbe essere depositata entro la fine di agosto, mira a contestare la legittimità del decreto milanese. Contestualmente, la difesa dell’azienda intende sollecitare un’istanza di sospensiva dell’esecutività del provvedimento per bloccare temporaneamente lo spegnimento dei sistemi produttivi.
Nel frattempo, all’interno del perimetro industriale di Taranto sono già state avviate le prime manovre tecniche propedeutiche alla fermata degli impianti. Si tratta di operazioni graduali i cui effetti concreti sul ciclo produttivo non sono ancora visibili nell’immediato, ma si stima che diventeranno evidenti a partire da settembre, per poi raggiungere la fase più critica verso la fine di ottobre.
L’allarme delle imprese dell’indotto: al via i licenziamenti collettivi
A fare le spese di questo stallo sono le aziende dell’indotto e delle forniture di servizi. Riunite nel Tavolo Permanente per Taranto — promosso da Confindustria Taranto, Confapi, Aigi, Confartigianato e Federmanager — le rappresentanze datoriali hanno confermato il proseguimento dello stato di agitazione e preannunciato l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo.
L’imminente stop dell’area a caldo comporta una perdita drastica e immediata delle commesse per le aziende impegnate nella manutenzione, nella logistica e nei trasporti, generando un effetto domino dai risvolti sociali drammatici. Secondo le associazioni di categoria, l’impatto occupazionale non rimarrà confinato al solo perimetro tarantino o pugliese, ma rischia di estendersi rapidamente all’intero tessuto manifatturiero e meccanico nazionale.
Scenario industriale: tra la proposta Jindal e la cordata italiana
Mentre i tecnici del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) e i commissari straordinari cercano di definire un percorso sostenibile che coniughi la salute dei cittadini con la continuità produttiva, si delineano le strategie per la vendita o il riassetto del gruppo.
Dalle ultime indiscrezioni emerge l’aggiornamento della proposta presentata dal colosso indiano Jindal, finora l’unica manifestazione formale e strutturata sul perimetro complessivo dell’azienda. Parallelamente, si fa sempre più concreta l’ipotesi di un intervento strategico tricolore: Federacciai ha espresso il proprio interesse nel favorire la nascita di un consorzio o una cordata di produttori italiani (che vedrebbe coinvolti primari player nazionali del settore come Arvedi, Feralpi, Marcegaglia, Duferco, Beltrame e Lucchini) per rilevare ed ecologizzare la produzione d’acciaio, avviando le relative interlocuzioni con l’esecutivo.











