Un trench nero per cantare la mala e la camicia di seta per intonare il jazz e la bossa nova.
Sessant’anni di carriera portati con quella disinvoltura che solo lei ha, Ornella Vanoni è salita ieri sul palco del teatro Petruzzelli (concerto organizzato da Bassculture) in un crescendo che ha toccato le vette più alte nei pezzi del suo esordio, “quando ero una ragazza borghese, che non diceva parolacce, e poi conobbe Strehler e cambiò completamente”.
Parte un amarcord senza un briciolo di nostalgia, ma con l’ironia di chi “conserva l’infanzia e la pratica ancora”, per usare le parole di “Imparare ad amarsi”, la canzone che ha portato all’ultimo Festival di Sanremo.
Ieri l’ha cantata quasi a occhi chiusi, con una voce senza rughe e senza increspature, alternando i brani della sua carriera agli omaggi a Gino Paoli, Lucio Dalla e Gaber, quest’ultimo diventato nei suoi ricordi una specie di profeta che “come Pasolini aveva intuito tutto, tutto quello che sarebbe accaduto”, e così c’è spazio anche per l’amarezza in questo concerto che si snoda lungo la lista dei suoi amori e delle sue confidenze, tra un indimenticabile “Appuntamento” e un insolito Fred Buscaglione, un gioco di cinque strumenti e la cura dei “Dettagli”.
Il tutto all’insegna di un unico credo. Questo: “Domani è un altro giorno”. Si vedrà.











