HomePoliticaMondo del Lavoro: Di Maio inizia a smontare il Jobs Act

Mondo del Lavoro: Di Maio inizia a smontare il Jobs Act

Il Ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha varato un decreto legge con “Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese”. Un testo composto da 12 articoli, che implementa importanti novità sul piano normativo e fiscale.

Anzitutto diciamo subito che per il contrasto alla ludopatia sarà abolita definitivamente dal 30 Giugno 2019 la concessione di spazi pubblicitari per qualsiasi promozione inerente al gioco, eccezion fatta per la lotteria Nazionale. Silvio Berlusconi (che ha bollato le nuove normative sul lavoro come “dirigiste e veterocomuniste”), secondo lo stesso Di Maio non l’ha presa bene mascherando il suo malcontento reale a causa dei mancati introiti per Mediaset.

Poi vi è il superamento del redditometro, o perlomeno, i redditi presunti verranno valutati “sentiti l’ISTAT e le associazioni maggiormente rappresentative dei consumatori per gli aspetti riguardanti la metodica di ricostruzione induttiva del reddito complessivo in base alla capacità di spesa ed alla propensione al risparmio dei contribuenti.” Quindi con una più accurata attenzione verso la reale condizione dei tassati.

Di qui si passa al nodo nevralgico del decreto, con le modifiche ai contratti lavorativi e la stretta sulle delocalizzazioni. Vengono potenziate le tutele in caso di licenziamento illegittimo, con le indennità sostitutive che passano da un minimo di 4 a 6, e da un massimo di 24 a 36 mensilità. Nuovi limiti alle assunzioni a tempo determinato, con massimo 4 rinnovi per 24 mesi totali (prima erano 5 rinnovi con 36 mesi di tempo), per cui ogni rinnovo eccedente il primo contratto (che comunque non potrà avere durata superiore a 12 mesi), dovrà essere giustificato in merito ad esigenze straordinarie o sostituzione lavoratori in malattia/maternità. Se ciò non fosse sufficiente, ogni rinnovo prevede un aumento dello 0,5% di costo contributivo, proprio per incentivare la stabilizzazione dei rapporti.

Non siamo tornati all’Articolo 18 per il reintegro sul posto pre Jobs Act (oggi previsto nei soli casi di licenziamento discriminatorio), ma viene fatto un passo in avanti sulla faciloneria liquidatoria imposta dal Governo Renzi.

Dulcis in fundo troviamo finalmente una politica sanzionatoria nei confronti di quelle imprese che, dopo avere ottenuto contributi pubblici ed aiuti di Stato, scappano all’estero col  bottino, lasciando la produzione e la manovalanza con un due di picche.

Per cinque anni, dalla data di perfezionamento delle operazioni di sussidio, le aziende non potranno delocalizzare l’intero processo produttivo, parti di esso, o imprese collegate al medesimo, in territori extra UE. Il divieto si estende all’uscita dai confini Nazionali, o meglio proprio territoriali, qualora i denari siano destinati ad uno specifico impianto produttivo. Inoltre, quando nell’erogazione è prevista la valutazione dell’impatto occupazionale, i ricettori di prebende non possono mai ridurre di oltre il 10% la forza del lavoro (e soltanto di fronte al “giustificato motivo oggettivo”), pena la restituzione pro-quota delle somme, o con licenziamenti pari o superiori al 50% del previsto, s’incardina la restituzione totale degli incentivi. A questo vanno aggiunte le sanzioni pecuniarie (da 2 a 4 volte l’importo ricevuto).

Sullo split payment invece – ovvero il meccanismo per il quale lo Stato non versa più alle imprese (sostituti d’imposta) l’IVA, ma la trattiene dirigendola a monte verso le casse dell’erario – si è fatta solo una modifica parziale. Inizialmente nelle intenzioni vi era l’abolizione dello strumento, tuttavia per il momento dato il buon gettito, s’è preferito esonerare soltanto le prestazioni dei professionisti.

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Andrea Lorusso
Andrea Lorusso
Classe '91, ragioniere di titolo e professione, giornalista per passione. Collaboro con varie testate dal 2011, possibilmente editorialista di Politica ed Economia. Scrivo perché avere una opinione e farla conoscere, è terapeutico contro la superficialità imperante.

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