Tre fratelli bengalesi titolari di due società che prendono lavori in subappalto da Fincantieri, sono stati indagati per estorsione a danno dei loro dipendenti. Dopo alcune denunce degli operai alla Guardia di Finanza ed ai Carabinieri, hanno raccontato di lavorare per ben 13 ore al giorno, con turnazioni massacrati, intimidazioni e paghe da fame.
Gli impiegati, anche loro del Bangladesh, hanno dimostrato di guadagnare qualcosa come 5 euro l’ora, minacciati in taluni casi di essere licenziati o non assunti di fronte a riluttanze, costretti ad accettare la pessima prassi di render indietro parte del denaro ad emissione busta paga.
Dalle perquisizioni, avvenute negli uffici delle società e dei commercialisti, si sarebbero già riscontrate incongruenze tra gli stipendi e le ore effettivamente svolte, per cui adesso la palla è passata anche per le mani dell’Ispettorato del Lavoro.
Storie cupe, una piaga sociale quella del caporalato che prende varie forme, e che dovrebbe spingere l’Esecutivo anche nella designazione del nuovo Codice degli Appalti, a prendere in considerazione l’ipotesi di dare finalmente una stretta seria al gioco dei subappalti.
Spesso, manovre che schiacciano la qualità dei lavori, i costi, e soprattutto le retribuzioni. Società ingegnate, pur di vincere le commesse, ad usare ogni mezzo financo illecito, per spuntare un prezzo migliore, a detrimento totale della filiera e magari ogni tanto anche con qualche tragedia nel campo delle costruzioni.
Vanno potenziati i controlli, le sanzioni, e le responsabilità delle stazioni appaltanti, a cui per la culpa in vigilando non può e non dev’essere fatto sconto alcuno.











