HomeCulturaAntonello Salis alla corte della Jazz Studio Orchestra

Antonello Salis alla corte della Jazz Studio Orchestra

E’ stato un incontro imperdibile quello fra Antonello Salis e la Jazz Studio Orchestra di Paolo Lepore, anche perché è insolito vedere il fisarmonicista sardo inserito in una big band. Si è trattata di una delle solite alchimie di Lepore, lesto ad affiancare la sua J.S.O. a figure autorevoli del jazz italiano e straniero: ne nasce sempre un’esperienza che arricchisce i musicisti dell’orchestra e gli ospiti, e a volte concepisce progetti all’impronta, spontanei e irripetibili. Proprio come è avvenuto mercoledì sera all’Anche Cinema Royal: infatti il concerto è stato registrato e probabilmente diventerà un disco.

Chissà cosa avrebbe fatto nella vita Antonello se suo nonno non gli avesse regalato una fisarmonica giocattolo quando aveva solo 7 anni!?

Ha cominciato con quella e poi è passato a studiare pianoforte e organo. Da grande incontra musicisti di livello internazionale, da Lester Bowie a Billy Cobham e Cecil Taylor, fino a Pat Metheny, Stefano Bollani, Paolo Fresu ed Enrico Rava. Ascolta molto bebop, John Coltrane e Charlie Parker, restandone influenzato. E se il suo strumento rimanda a quell’altro grande fisarmonicista che è Richard Galliano, un confronto non è possibile, vista la grande dose di improvvisazione che distingue Salis.

A Bari Antonello non si è presentato da solo: con lui Riccardo Fassi, pianista, al quale è legato da una amicizia lunga più di 40 anni. Fassi è interessato a costruire un discorso multidirezionale che sviluppi ed estenda il concetto di improvvisazione. Fonda la Tankio Band che viene classificata fra le prime 10 band italiane di jazz; incide qualcosa come 24 dischi, uno dei quali, “Joining” nel 1986 proprio con Salis.

Al maestro Lepore è quindi toccato il compito di far interagire i due ospiti con la sua Orchestra, rivedendo e arrangiando opportunamente le composizioni di Antonello. Il risultato è stato eccellente, accostandosi molto alla struttura classica delle big band, come nelle iniziali “Next Stop” e “Black out”.

La vitalità inesauribile di Antonello fa da contrappeso alla condotta vigile di Fassi che sul palco è quasi un direttore aggiunto. Ma le peculiarità del fisarmonicista un po’ si smarriscono nelle orchestrazioni della band. Il suo fraseggio roccioso, incalzante, di netta ispirazione free, viene quasi “costretto” in linee guida che lo ridimensionano. Questa volta Salis ha dovuto dare retta di più al mestiere, che di rado in lui prende il sopravvento sull’invenzione. Analogo discorso, con qualche distinguo, per Fassi, che pure è pianista sopraffino.

“Ciao Pina” rimanda al retaggio popolare del fisarmonicista, “Paparazzi” ha un vago sapore sudamericano; arriva poi “Nogales” splendida ballad scritta in memoria di Charlie Mingus, lenta, riflessiva, profonda. E c’è un medley dedicato a Frank Zappa, eclettico chitarrista tanto amato sia da Salis che da Fassi.

Il concerto è qua e là impreziosito da vari assolo nella più sana tradizione del jazz: Gianni Savelli e Michele Carrabba ai sax, Aldo Bucci alla tromba, Alex Milella alla chitarra. E citiamo altre eccellenze pugliesi nella J.S.O., dai trombonisti Michele Lomuto e Nino Bisceglie, al fido Mimmo Campanale alla batteria, a Nico Catacchio al contrabbasso.

Si chiude con “Verderame”, una chicca tutta giocata su tastiere elettriche e fisarmonica, un duetto serrato e frammentato nel quale i due amici danno fondo ad estro e improvvisazione. Finalmente!

“L’importante è essere liberi: suonare quello che vuoi e chiamalo come ti pare” (A. Salis)

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