Acquisisco, smantello e, probabilmente, mi porto via le commesse eliminando di fatto un importante concorrente, dando al tempo stesso una ferita mortale al territorio ed all’economia di settore di tutta la Nazione.
Uno schema, doloso, di deindustrializzazione dell’area tarantina e probabilmente un progetto ben preciso nei proprietari del colosso franco-indiano dell’acciaio. Sono queste le pesantissime accuse dei legali dei commissari straordinari dell’ex Ilva melle 86 pagine della memoria depositatanel Tribunale di Milano chiamato a decidere in sede civile sull’istanza di recesso del contratto di affitto degli stabilimenti italiani presentata nei mesi scorsi dai legali della multinazionale.
La richiesta di ArcelorMittal di risolvere il contratto con il governo italiano per la gestione dell’ex Ilva presenta “delle inquietanti e sinistre analogie con l’operazione di acquisizione dell’azienda siderurgica di Hunedoara compiuta da ArcelorMittal in Romania una quindicina di anni fa, e che si era in realtà risolta in una devastante deindustrializzazione dell’area, condannando la locale forza lavoro ad una massiccia e graduale emigrazione nel resto d’Europa”.
Ma non basta. I legali affondano il colpo. Non solo la Romania, ma anche Liegi spiegando che “anche in questo caso, il passaggio dello stabilimento sotto il controllo del gruppo ArcelorMittal (conclusosi di fatto nel 2006) era stato accompagnato da trionfalistiche dichiarazioni di ammodernamento e riconversione dell’utilizzo delle più moderne tecnologie, nonché di rivitalizzazione della comunità locale attraverso partnership strategiche e creazione di nuovi posti di lavoro”, ma si è rivelato “un processo di progressiva dismissione che ha sostanzialmente cancellato lo stabilimento di Liegi”.
Le accuse sono chiare: “ArcelorMittal non ha portato avanti la realizzazione del Piano Ambientale nei tempi e con gli investimenti programmati”. La multinazionale, secondo i Commissari, non avrebbe “eseguito il programma di manutenzione concordato nell’ambito del Contratto in modo coerente alle migliori pratiche di esercizio” e a dimostrarlo ci sarebbe un documento inviato proprio da ArcelorMittal con pec a Ilva in As lo scorso 25 settembre dal quale emerge che “molte delle attività programmate – scrivono i commissari – per il periodo tra novembre 2018 e aprile 2019 non erano state eseguite o erano state effettuate solo in parte”.
Ma non basta. Ad aggravare ulteriormente la situazione ArcelorMittal avrebbe anche non operato, si legge ancora nella memoria, “secondo le dovute cautele funzionali a preservarne efficienza e longevità: anziché utilizzare tutti gli altiforni in via continuativa, da molti mesi essa li utilizza infatti a turno, mantenendone normalmente in operatività non più di due contemporaneamente”: una modalità ricca di “continue fermate e rallentamenti” che secondo gli esperti “compromette la vita tecnica dell’impianto elevando sensibilmente il rischio che, operazioni di fermata impianto lunghe settimane o mesi, non consentirebbero nessun riavviamento dello stesso senza un altissimo e non proponibile rischio di occorrenza delle problematiche”.
Alla scadenza prevista per il novembre 2019 ArcelorMittal non ha proceduto a versare il canone trimestrale contrattualmente dovuto nella misura di Euro 45 milioni trimestrali.
Eppure nei suoi documenti ArcelorMittal ha affermato di aver adempiuto “esattamente al Contratto”: dichiarazione che per i Commissari “suona per la verità come beffa irrispettosa”.











