Il Carnevale in Puglia viene celebrato in molti centri della regione. Diverse sono le sfilate dei carri in cartapesta, accompagnati da cortei di animati gruppi mascherati, e altrettante sono le maschere che rappresentano vizi e virtù, talune di natura storico-teatrale, altre ideate più recentemente e relegate a una dimensione allegorico-simbolico.
Il Carnevale, quale periodo più goliardico della stagione, unisce grandi e piccoli nella voglia di divertirsi e mascherarsi; il suo avvento come da tradizione è fissato generalmente al 17 gennaio, giorno coincidente con la festa di Sant’Antonio Abate, anche se in alcune realtà ha una data differente, come Putignano dove comincia il 26 dicembre con il rito delle Propaggini.
La Maschera: storia e significato
Etimologicamente Il significato del «Carnevale» nella cultura cristiana coincide con il periodo che precede la Quaresima. Difatti, il sipario carnascialesco cala nel giorno del Martedì Grasso, atto ultimo dei festeggiamenti popolari di cui prelibati banchetti e allegria smisurata. L’etimologia della parola Carnevale deriva dall’espressione latina Carnem Levare, ossia l’astensione e il digiuno dalla carne, proprio come avviene nel periodo prepasquale, ossia nei quaranta giorni che passano dal Mercoledì delle Ceneri alla Santa Pasqua.
Quanto alla «maschera», invece, l’ipotesi più accreditata è che il termine derivi dalla masca tardo latina, con rimando alla figura della strega: il filologo Paolo Toschi in Le origini del teatro italiano (Bollati Boringhieri, Torino 1990), presenta la maschera con riferimento a un essere infernale, per esempio una strega o personaggio similare, che tormenta il sonno dei dormienti. Di qui il mito de lu Sciacuddhruzzi di Aradeo, più in generale del Folletto Salentino, di cui la derivazione modernissima del Monacello di Locorotondo.
Da un punto di vista prettamente storico, il fenomeno del mascheramento trova le sue origini nell’età paleolitica con le maschere impiegate nei riti tribali per scacciare gli spiriti maligni; nell’Antica Grecia trova conferma dapprima nelle cerimonie religiose poi nelle rappresentazioni teatrali, così come, l’ascesa del dominio romano, radica la maschera nelle usanze popolari. In particolare, durante i festeggiamenti in onore del Dio Saturno, si promuoveva la pratica del rovesciamento delle classi sociali per la quale il ricco, mascherato da povero, si defilava dalle rigide regole di alto rango per concedersi determinati comportamenti, mentre il povero, mascherato da potente, accedeva a luoghi normalmente proibiti e soggiogava il potere del padrone.
Tale visione fu importante nel periodo medioevale: in tutt’Europa a Carnevale si diffuse la volontà di fare grandi feste e cortei mascherati per le vie delle città. Si fomentava l’idea che il travestimento fosse uno strumento innovativo per abbattere le barriere sociali della ricchezza delle nobili famiglie, sebbene ben presto la Chiesa pose veto a queste usanze giacché difformi dal credo cattolico.
Ciononostante, con la diffusione in Italia della “Commedia dell’Arte” tornarono in auge personaggi, con trucco e costume, maschere come Pulcinella, Pantalone, Colombina, Arlecchino, Brighella o Balanzone: figure simbolo della commedia italiana che divennero presto famose in ogni angolo d’Europa. Ma quando il successo del teatro delle maschere iniziò il suo lento percorso di declino, a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, la maschera sopravvisse unicamente nella dimensione più strettamente carnascialesca.
Le Maschere allegoriche dei Carnevali di Puglia
Il Carnevale più antico della Puglia è quello di Putignano che vanta oltre seicento edizioni: da questa storica compagine prende forma la maschera pugliese più famosa, Farinella. 
Dalla provincia di Bari, si possono enumerare altre maschere allegoriche: dalla Mascotte di Santeramo in Colle al Calascione di Casamassima, dall’Uomo Corto di Sammichele di Bari a Re Cuoraldino di Corato, quest’ultimo in associazione con altri personaggi storici, quali lo Sceriffo, il Panzone e la Vecchietta.
Da non dimenticare il piccolo Angelo Domenico (Jangidiminiche) proveniente da Gravina in Puglia dove, per altro, si recita l’epilogo carnascialesco con Giuanne e Mariette. Un’ultima trasfigurazione è quella di Ruvo di Puglia con Mbá-Rocchetidde Cape de Rafanidde. Di recentissima congettura, Pescarello Scherzarello da Polignano a Mare, Fumarella da Conversano e Pacchianella dal capoluogo barese. Ulteriori maschere, di natura storica, sono la Principessa Brianna Carafa della Stadera di Mola di Bari, la Sciammerga di Mesto Natale di Castellana Grotte e, sempre da Conversano, la Contessa Roverella e il Conte Smerandino.
Dalle Terre del Salento, Mielina, che rievoca la produzione di miele del territorio di Melendugno, Peppivitu Ticchitacchi, signorotto di Galatina, e Purgianella da Castrignano del Capo, figlia del celeberrimo Pulcinella sono le principali rappresentanze carnascialesche del tacco italiano; non si dimentichi la cuginanza del Giullare (lu Casaranazzu) di Casarano e dello Scarparo (lu Scarpalau) di Monteroni di Lecce, vicini per raffigurazione allegorica giacché i due comuni leccesi condividono la produzione artigianale delle scarpe.
In Salento, personaggio celebre, di provenienza teatrale, è Papa Galeazzo ma sicuramente più conosciuto è Teodoro (lu Titoru) di Gallipoli, inteso come maschera che incarna il Carnevale e per il quale mamma Caremma piange a dirotto l’improvvisa scomparsa per mano di una polpetta di pane; la stessa maschera è riproposta nel versante nord della provincia dove assume il nome di Paulinu, così chiamata a Copertino e Martignano.
Arrivano dalla provincia di Brindisi, Grappolino e Pizzica-Pizzica, maschere del Carnevale di Mesagne; dalle Terre tarantine, invece, Gibergallo e Lu Pagghiuse, rappresentano la storica compagine carnascialesca di Massafra, mentre il capoluogo ricorda la figura del Pescatore, anima della città portuale, al quale in corteo si aggregavano Mèste Giorge e Scaliero, rispettivamente parodie del signorotto locale e del bel giovane tarantino, le dame Mascherate e Pietricine impegnate nella tradizionale battaglia dei confetti, e Quaremme ‘a zinzilose che rappresentava la vedova disperata di Carnevale.
Nello stesso ruolo di vedovanza era rivestita la giovane Zeza di Peschici. Dalla Terra della Daunia, inoltre, si annoverano Zè Peppe, altra trasfigurazione del signor Carnevale, di cui la compagine di Manfredonia, la coppia Pacchiana e Pastore di San Nicandro Garganico, in vesti ricche di storia ed eleganza.
Dalla piazza di Foggia pervengono poi altre maschere, esattamente sette, affermatesi a metà del Novecento: la prima ad acquisire una forma fu il Monaco Questuante (u’Moneche Cercande), al secolo Di Tullio Potito che rappresentava la religiosità, la Pacchianella (à Pacchianèlle) quale maschera femminile foggiana per antonomasia a simboleggiare la maternità, Carmelo “menille” (Carmenille) che voleva rappresentare la voce del popolo locale, Ciro Zizzo “Ursine Stagnarille” e “Sciammi Sciamme”, rispettivamente in onore della musica e del lavoro. Infine, “Zechille” Michele De Tinno e “Peppuzze” che rimandavano ai concetti di libertà e di morte. A completare questa lunga rassegna delle maschere pugliesi, Don Pancrazio, di antica estrazione teatrale, da Bisceglie.











