Una testata, come la nostra PugliaIn, che opera prevalentemente, se non quasi esclusivamente in rete, ha il dovere, prima di qualunque altro media, di analizzare, evidenziare e mettere in guardia i lettori dai pericoli che possono venire dalla rete, ma anche da azioni pericolose che noi cibernauti possiamo mettere in atto, utilizzando in modo non del tutto corretto la rete ed in special modo i social network.
La rete è una strada, un’autostrada se preferite, considerata l’ampiezza e la velocità di diffusione delle notizie sul web, ormai certamente il mezzo più veloce ed aggiornato di comunicazione che l’uomo abbia concepito. Sulla strada troviamo il soccorritore volontario, assistiamo ad episodi toccanti di solidarietà ed umanità autentica, cose che spesso sfuggono all’attenzione collettiva, perchè il male fa più notizia del bene, ma troviamo anche lo spacciatore, il rapinatore ed anche di peggio.
Certo, occorre che gli adulti sorveglino attentamente i minori ed i ragazzini in particolare: dal pedofilo al reclutatore di terroristi, sulla rete ci sono tutti ed operano assai abilmente. Ma non esageriamo e non criminalizziamo un mezzo, uno strumento utilissimo. Il pedofilo più comune. le statistiche lo dimostrano, è l’uomo (o la donna) della porta accanto, il parente, nemmeno troppo lontano. Il truffatore c’è sulla rete e cerca di raggirarci con email allettanti, ma altrettanto spesso è appostato vicino al bancomat o alle poste, o all’uscita della banca, o si presenta a casa nostra spacciandosi per poliziotto, operaio delle società del gas o della luce.
Se sui pericoli per i minori, come per gli anziani, ma anche per tutti gli altri, compresi adulti scafati e avvezzi a sfuggire a trappole e raggiri, sono stati scritti fiumi di parole, intere trasmissioni televisive sono dedicata alla prevenzione ed all’informazione, con tanto di poliziotti autentici in divisa che ci spiegano come veniamo raggirati e quanto dobbiamo fare per evitarlo, assai meno ci si è preoccupati dei danni che un uso non del tutto corretto della rete ed in particolare dei social network può procurare.
Ci siamo più volte scandalizzati nel vedere postate da minori incoscienti scene di sesso o di bullismo. Francamente non saprei quale sia peggiore e maggiormente dannosa. Sta di fatto che in questi casi sono generalmente intervenuti abbastanza prontamente ed efficacemente la scuola, i servizi sociali, i genitori delle vittime, assistiti dai loro legali ed il danno è stato in qualche misura contenuto, anche se c’è stato e non si tratta di cosa irrilevante.
Queste riflessioni nascono, invece, da due recenti episodi davvero emblematici. Ilaria Cucchi, sorella del povero Stefano, pestato a morte mentre era agli arresti, ha postato la foto di un Carabiniere, tra quelli che avrebbero pestato il giovane provocandone la morte. E’ lo stesso milite inguaiato dalle rivelazioni dell’ex moglie e da alcune intercettazioni. D’accordo il delitto è orrendo: chi è sotto custodia dello Stato è assolutamente intoccabile ed un uomo delle forze dell’ordine che commetta un pestaggio va punito con pene esemplari. E’ anche vero che le prove a carico del milite sono schiaccianti e che la giustizia ora se ne sta occupando attivamente, ma solo dopo aver sottovalutato fatti e prove. Tuttavia, la presunzione d’innocenza che avrebbe dovuto proteggere il povero Salvatore Cucchi, deve valere anche per il o i presunti assassini, pur trattandosi di delitto orrendo ed assolutamente imperdonabile, proprio perchè commesso da tutori dell’ordine. Su questo non può esserci dubbio. Salvo dare a quei signori un nome ed un cognome con una condanna passata in giudicato.
Primo effetto negativo l’emulazione: poco dopo Lucia Uva, sorella del povero Giuseppe, detto Pino, il gruista morto mentre, come Stefano, era sotto la custodia dello Stato, ha postato un’analoga immagine di uno dei poliziotti attualmente sospettati, insieme ad alcuni carabinieri, del pestaggio che ne ha causato la morte, anche per colpevoli ritardi nel sottoporlo a cure mediche.
Il rischio non consiste solo in quello. C’è chi si potrebbe non limitare ad emulare puramente e semplicemente l’esposizione ad una gogna mediatica, prima che la giustizia si sia definitivamente pronunciata sulla responsabilità dei soggetti, ma potrebbe andare assai oltre. Non si può certo escludere che qualche esaltato possa indossare i panni del “giustiziere” e voler vendicare i torti subiti dal povero Stefano o dall’altrettanto povero Giuseppe, e ritenere di far provare ai presunti responsabili lo stesso pestaggio o le stesse torture che subirono le vittime.
Questo Ilaria e Lucia, certamente non l’hanno messo in conto. Ilaria, in particolare, nel postare la foto del carabiniere, della cui responsabilità nell’omicidio del fratello si dichiara certa, invita chi legge a non offenderlo, a non minacciarlo, a non fargli del male, perchè non gioverebbe a far giustizia al fratello ed anzi potrebbe essere pregiudizievole. Ma basta tale raccomandazione? Credo di no. Sono convinto che si tratta di un uso non appropriato del social network, pericoloso e fondamentalmente sbagliato, anche se ad Ilaria Cucchi va riconosciuta la giustificazione del dolore per l’inaudita perdita del fratello e dei gravi ritardi con cui si è mossa la giustizia, abbastanza oscillante e vacillante nel caso di specie.
Un interrogativo si pone, conseguentemente: i social network rastrellano una massa imponente di pubblicità e correlativamente parecchio denaro finisce nelle tasche dei proprietari. Ebbene, possibile che non debbano avere un qualche controllo di ciò che viene postato? Non sono certo quelli di Ilaria e Lucia gli unici casi di uso improprio dei più potenti e diffusi mezzi di comunicazione in rete. Inutili elencarli, sono troppi e variegati. Possibile che organizzazioni così possenti non debbano avere filtri preventivi, staff efficienti di moderazione, e limitarsi ad intervenire su segnalazione, o meglio diffide, delle parti lese o provvedimenti della magistratura? Credo che, fermo restando la tutela prioritaria della libertà di parola e di espressione, bene talmente importante da essere garantito dalla nostra stessa Carta Costituzionale, debba comunque essere posto un limite all’uso dei social network, che scatta nel momento in cui l’uso eccessivo di quella libertà d’espressione finisce per danneggiare, talvolta irreparabilmente, un altro soggetto. In altre parole il confine tra libertà ed uso anarchico della stessa.











