Nel paesaggio lunare della Grave delle Grotte di Castellana, la degna conclusione della rassegna musicale Natale nelle Grotte non poteva che prevedere, al centro della scena, un extraterrestre e un alieno. Con una graffiante cover di Summertime Eugenio Finardi, direttore artistico della sezione musica della manifestazione, e Stefano Bollani, ultimo dei quattro artisti ad esibirsi nel grembo materno delle Grotte, hanno calato il sipario sui concerti previsti nella terza edizione del festival. La ciliegina sulla torta sulla serata che, già di per sé, ha rappresentato forse il momento più alto del Natale nelle Grotte targato 2016.
Non ce ne vogliano i bravissimi Eugenio Finardi e Simone Cristicchi. Non ce ne voglia neppure l’acclamatissimo Claudio Baglioni ma la magia del pianoforte di Stefano Bollani è tale da lasciar senza parole anche l’osservatore più avveduto e smaliziato. Arrivano gli alieni, più che il nome della serata, pare già dalle prime note un avvertimento preso sottogamba dal pubblico, letteralmente rapito. Si è già detto tutto su Stefano Bollani, sulla sua ecletticità, tecnica e bravura nel trasformarsi in un demiurgo in grado di raffigurare mondi fantastici a partire da una sequenza immarcescibile di tasti bianchi e neri. Tocca spogliarsi da frasi fatte e da ogni conoscenza bibliografica per cogliere come la forza del musicista toscano risieda nell’immedesimarsi così tanto nel suo pianoforte da divenire egli stesso strumento musicale, per farsi sfiorare direttamente dalle mani del Dio Apollo, divino custode delle arti per antichi greci e romani.
Siamo nella sfera del magico. La lunga ouverture è l’esempio di come la musica di Stefano Bollani vada osservata con occhi da bambino. Il pianoforte si trasforma dapprima in penna, quindi in camera cinematografica. L’inquadratura indugia inizialmente sulla voragine che dalla superficie sprofonda nell’abisso cavernoso e magnificente della Grave. Lievi si intravvedono i suoi protagonisti, che timidamente fanno il loro esordio sulla scena, estasiati dalla visione degli obelischi che la mano della natura ha innalzato con pazienza e devozione. Saranno loro, gli alieni? L’improvvisa accelerazione del tema principale lascia presagire che lo sguardo di qualcuno abbia intercettato le insolite presenze e, pertanto, abbia deciso di catturarle. La tenerezza delle prime battute lascia spazio alla frenesia dell’inseguimento, al fiato corto dei battistrada, alla crescente paura dell’ignoto degli inseguitori, ai cunicoli sempre più stretti, all’aria sempre più rarefatta.
Janis Joplin raccontava di far l’amore con tutto il pubblico durante ogni concerto. Un rapporto carnale, invece, unisce Bollani al suo pianoforte. Senza alcuna inibizione, il musicista lascia che il suo corpo aggiunga significato a (quel poco) non detto dalla musica. Il piede batte pesante sul palco quando i ritmi sudamericani prendono il sopravvento con la severa temperatura delle Grotte, il gomito destro blocca implacabilmente lo scorrere rapido delle dita verso i toni più alti dell’ennesima scala, il corpo decide di abbandonare lo sgabello e a genuflettersi con rispetto verso il pianoforte. E ancora, quasi a fotografare l’amore quasi fanciullesco del musicista, i saltelli impazienti mentre le dita salgono e scendono in una pioggia di semicrome sui tasti bianchi e neri, alla ricerca della terzina perfetta.
(foto Mariagrazia Proietto)











