Centinaia di migliaia di persone cantano una loro celeberrima hit negli stadi ad ogni partita di calcio, incidono dischi da quasi 35 anni, sono due signori sulla sessantina, uno sofisticato ed elegante e l’altro taciturno, sportivo e con una gran faccia da paraculo perennemente nascosta da un paio di occhiali da sole. Hanno collaborato con i più grandi artisti della storia della musica (Elton John, Ennio Morricone, David Bowie, Liza Minelli, Dusty Springfield, Robbie Williams). I loro album hanno ventuno milioni di copie in tutto il mondo ma non hanno mai definitivamente sfondato nel paese in cui, sin dall’inizio della loro carriera, hanno dichiarato di voler diventare famosi: l’Italia. Tanto che negli anni ’80 si sono ispirati alla corrente modaiola dei paninari, con tanto di omonima canzone dedicata, per reinventare il genere dance trasformandolo in syntho-pop, associando a un sound danzereccio ma ricercato e curato dei testi di altissimo livello. Neil Tennant, voce, e Chris Lowe, tastiere, sono i Pet shop Boys, il duo musicale più famoso della storia della musica, artisti a trecentosessantagradi, capaci di spiazzare quasi sempre in positivo ad ogni album sfornato. Album contraddistinti da una singolare, letteralmente, caratteristica ovvero l’uso di titoli di una sola parola, un marchio di fabbrica indelebile tanto da diventare quasi un tormentone all’annuncio dell’uscita di un nuovo loro prodotto. Dalla pubblicazione di Please nel 1986, i PSB hanno conquistato le vette delle classifiche di mezza Europa, Russia e Sud America, grazie a brani oramai diventati un must per ogni amante della musica come West end girl e Suburbia. Il consacramento definitivo avvenne l’anno successivo con Actually e il singolo da esso estratto It’s a sin che si scagliava apertamente contro la rigida educazione cattolica ricevuta da Tennant e dalle conseguenze avute sulla sua vita nell’adolescenza. Il testo della canzone alimentò le voci sull’omossessualità del cantante in un periodo che era ancora alle soglie del definitivo e liberatorio coming-out di molti artisti, cosa che avvenne qualche anno dopo, scolpendo il nome dei PSB nella roccia delle icone gay per eccellenza. Non hanno mai cavalcato quest’onda se non in maniera delicata ed elegante, come con Your funny uncle, uno dei loro capolavori quasi nascosti, e Go West, una cover dei Village People riletta in chiave dance, vero proprio inno alla libertà. Proprio con l’album contenente quest’ultima canzone, Very del 1993, i PSB sembrano chiudere un periodo della loro carriera sterzando nel 1999 con Nightlife verso un sound elettronico-orchestrale, dimostrando la loro poliedricità, tanto da cimentarsi con la composizione della colonna sonora di Battleship Potemkin e di un balletto, passando per (forse) il loro disco capolavoro Fundamental del 2006, contaminazione unica e irripetibile di musica sinfonica e suoni elettronici. Quando un pò tutti si domandavano se, oramai, i PSB avessero esaurito la loro vena dance, arriva Yes nel 2009 (accompagnato dal magnifico Pandemonium Tour) e tutto cambia di nuovo con esecuzioni prettamente pop e di preparazione al 2013 di Electric, con tanto di tour a base di giochi di laser e arene trasformate in dance floor. Ora, nel 2016, questi due signori attempati solo sulla carta d’identità, ci regalano Super e quasi sembra di essere tornati ai grandiosi anni ’80.
Seconda consecutiva collaborazione con il produttore e musicista Stuart Price, “Super” è composto da dodici tracce quasi tutte annoverabili nella categoria club-music, ma sempre con l’inconfodibile stile del duo. L’album si apre con Happyness, che sembra tracciare il solco dell’ascolto basato sul ritmo dance, seguito da The pop kids, quasi autobiografico (“We were young, but imagined we were so sophisticated/Telling everyone we knew that rock was over-rated”) e Twenty-something che, insieme a Groovy e Pazzo! (titolo volutamente in italiano) ricalca le sonorità paninare tanto care al duo, magari anche “tamarre” ma che provocano un piccolo tuffo al cuore per chi ha vissuto quel periodo. Inner Sanctum e Burn sono puro PSB anni ’90, tutto ritmo e sintetizzatori da ballare. Nel mezzo Sad robot world, una delicata ballata romantica e triste, deliziosamente spiazzante e quasi una pausa nell’ascolto dell’album. “Burn” e “Into thin air” chiudono l’opera trascinando nuovamente l’ascoltatore verso l’orizzonte dei club, con un massiccio uso dei cori e del groove.
“Super” è un album quasi perfetto, votato totalmente alle sonorità tralasciando, per una volta nella carriera dei PSB, la giusta proporzione tra testi e musica. Perfetto da ascoltare in macchina non annoierà chiunque sia cresciuto all’ombra della disco pura ma che non disprezza l’uso dell’elettronica non banale, ma anche chi si avvicina per la prima volta all’universo dei Pet Shop Boys. Sperando che sia la volta buona per l’Italia per rivalutare il duo, anche se oramai siamo irrimediabilmente sommersi da artisti stantii e giovani talenti ad uso e consumo dei programmi tv.











