Due giorni di riunioni fiume, di incontri, di proclami e di meraviglia. Ed alla fine il Consiglio regionale, nel pomeriggio di ieri, è riuscito ad approvare la legge elettorale. Come era ampiamente prevedibile (e previsto) non è passata la norma sulla doppia preferenza e sulla parità di genere nelle liste. Affossata dal voto segreto che ha approvato la pregiudiziale posta sull’argomento, con voto segreto, per 37 voti favorevoli e 22 contrari.
Lasciando da parte gli isterici rimpalli di responsabilità, secondo cui i colpevoli sono sempre seduti dall’altro lato della barricata, questo è un voto che ribadisce quello dello scorso anno e che conferma la contrarietà, ampia ed assolutamente bipartisan, del Consiglio e dei consiglieri regionali ad alcuna norma sulla presenza femminile obbligatoria per legge nelle liste elettorali.
Nonostante i proclami e le gridate di Michele Emiliano, che urla e promette che come primo atto farà cambiare di nuovo la legge elettorale dal prossimo consiglio (ma quante cose farà per prima cosa l’ex sindaco di Bari una volta eletto?), non si possono addossare tutte le colpe alle opposizioni o agli altri. Si chieda, Emiliano, come hanno votato i consiglieri regionali del suo partito nel silenzio dell’urna nascosta. La maggioranza avrebbe avuto i numeri per approvare l’ingresso per legge delle donne. Ma ha scelto la via traversa e sicura.
Con 48 voti a favore e 10 contro il Consiglio regionale ha approvato a maggioranza la proposta di legge sulle “Modifiche e integrazioni alla legge regionale 28 gennaio 2005, n. 2 (Norme per l’elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Giunta regionale)”.
In precedenza erano stati approvati i tre articoli (5, 6 e 8) che avevano attinenza con gli emendamenti in materia di parità di genere, accantonati a seguito della pregiudiziale posta al riguardo dal capogruppo di Forza Italia che ha visto l’assemblea pronunciarsi con voto elettronico con 37 voti favorevoli e 22 contrari.
A seguito dell’esito del voto segreto, i tre articoli in questione (5,6 e 8) sono stati approvati a maggioranza con il voto contrario di Sel, La Puglia per Vendola e degli assessori all’Ambiente Lorenzo Nicastro (che ha espresso la sua posizione come Italia dei valori) e al Lavoro Leo Caroli.
Stessa situazione nell’approvazione finale della legge che ha registrato il voto favorevole del centro destra e del PD, il cui capogruppo Pino Romano ha espresso disagio per come si sono sviluppati i lavori sulla parità di genere. “Non credo che lo scarto stia tutto da questa parte, perché mancano i numeri per dimostrare questo”. “Non siamo i responsabili. Ci sentiamo la responsabilità, che è cosa diversa di quello che è successo. Però al punto in cui siamo giunti io non me la sento di dire al mio Gruppo di abbandonare l’Aula e di far cadere il lavoro faticoso che abbiamo fatto fino a questo punto”. “Meglio una legge brutta che può essere emendata – ha aggiunto – che una vacatio”, perché diversamente sarebbe stato il caos.
In chiusura il Presidente del Consiglio regionale Onofrio Introna ha ringraziato per il lavoro svolto i funzionari dell’Ufficio legislativo e della Prefettura e ha espresso tutto il rammarico che un voto segreto abbia tolto al Consiglio regionale la forza di affrontare un argomento così serio, come quello della parità di genere, con trasparenza. “Mi auguro che nel prosieguo dell’attività – ha concluso – , soprattutto nella prossima legislatura, su questo argomento i colleghi consiglieri abbiano più coraggio di rappresentare le proprie idee”.
Nichi Vendola, che ha abbandonato polemicamente l’aula dopo il voto segreto sulla pregiudiziale ha dichiarato: “Questa legge elettorale è un mostro giuridico. Oggi il Consiglio regionale ha scritto una pagina molto brutta. Immaginare soglie di sbarramento differenziata con il 4% per i partiti che sono all’interno di una coalizione e l’8% all’esterno significa che i voti degli elettori non hanno tutti lo stesso peso. Un partito con il 4% può eleggere in Consiglio regionale, uno con quasi il doppio dei voti no. è una scelta per me incomprensibile”.
Sul punto centrale della discussione, però, ovvero sulla doppia preferenza e sulla parità di genere, alle donne pugliesi non resta che scrollarsi di dosso quella pessima abitudine del pensare a a se stesse come ad una “riserva indiana” della politica, ed iniziare a prendersi, se lo vogliono davvero, quegli spazi che fino ad oggi sono stati negati. Con l’unico strumento a loro disposizione: la partecipazione, la volontà, l’attivismo e, soprattutto, con i voti, reali e non immaginari o regalati da qualche ticket poco probabile.











