È curioso come nel 2015 i momenti di raccoglimento avvengano intorno ad un hashtag. Chi non ricorda agli albori di quest’anno #jesuischarlie?
A gennaio eravamo tutti Charlie. Io che scrivo, tu che leggi, voi che commentate, quelli che metteranno un mi piace, chi condividerà questo articolo e chi magari lo dileggerà.
Facevamo a gara per farci immortalare nei selfie mentre reggevamo, ben visibile, un cartello bianco con una scritta nera, per mostrare ai nostri contatti tutto il nostro sentito cordoglio per i fatti di Parigi.
Sono passati 10 mesi e forse non basta un abbraccio a cingere tutti i Charlie, Benoit e Françoise morti per una colpa non loro. Nelle strade di Bari impazza lo shopping sfrenato del Have a Glamorous Weekend: una città intera si è riversata rumorosa e caotica nel cuore chic del centro cittadino. Suonano i clacson, la gente non percorre più di qualche metro senza restare bloccata dalla folla, in modalità la cère se strusce e la breggessiòne non gamìne.
Nessuno è Charlie. Palazzo Mincuzzi si colora di blu, bianco e rosso mentre diversi altoparlanti fuori dai negozi delle grandi marche vomitano plastificata musica da discoteca. Più di qualcuno si fa immortalare con il tricolore francese di sottofondo. “Così almeno c’ho pensato, alla Francia”, et voilà, coscienza pulita.
Cos’è meglio, l’apparente cordoglio di uno, nessuno, cento Charlie o l’ostentata indifferenza? Nella sempiterna guerra degli opposti che s’attraggono la terza via, quella della sentita consapevolezza verso ciò che accade a tanti cittadini del mondo – a Parigi, Beirut o chissà dove – è forse l’unica strada verso cui iniziare a marciare. Prima che a farlo, con intenzioni bellicose, siano gli eserciti.











