HomeCulturaCecile McLorin, il jazz ha un futuro

Cecile McLorin, il jazz ha un futuro

È nata a Miami da padre haitiano e madre francese, ha appena vinto il Grammy Award per il miglior album di jazz vocale del 2015 e ha appena 27 anni: si chiama Cecile McLorin Salvant. A chi ama il jazz e non ha potuto seguire il suo concerto giovedì scorso al Teatro Forma, suggeriamo di segnarsi questo nome o di procurarsi il suo ultimo cd “For One to Love”. Non è piaggeria, non è pubblicità. E ha fatto centro l’associazione Nel gioco del jazz a puntare su di lei per chiudere la sua 7^ rassegna, l’ultimo di nove concerti che hanno visto artisti del calibro di Dianne Reeves, Kurt Elling e Sarah Jane Morris, fra gli altri.

Cecile a 5 anni comincia studiare pianoforte e a 8 canto classico. Ma a casa sua si ascolta molto Sarah Vaugham: come non restarne influenzati!? La ragazzina brucia le tappe: nel 2009 arriva il suo primo cd e l’anno dopo vince la prestigiosa Thelonius Monk International Jazz Vocal Competition con la benedizione di severi giudici come Elling, Reeves, Al Jarreau e Dee Dee Bridgewater. Nel 2014 la rivista americana Downbeat le assegna ben 4 premi e il 2015 l’anno del terzo disco, “For One to Love”, con il quale arriva la consacrazione e l’Award! Sono 12 canzoni, 5 composte dalla stessa Cecile, da ascoltare ad occhi chiusi per assaporarne le emozioni: “una specie di diario personale”.

Cecile afferma di cantare solo per sé stessa, ma la sua personalità si innesta su un eclettismo inevitabile e naturale: oltre Sarah Vaugham nel suo background artistico ci sono Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Betty Carter. Lei ha assimilato e metabolizzato le esperienze delle grandi cantanti del passato e ad esse ha aggiunto personalità e talento: “La mia musica – dichiara – è jazz, blues, con elementi di folk e teatro musicale”.

Sul palco del Teatro Forma si presenta con una grazia dal portamento leggermente sensuale: i capelli cortissimi incorniciano un viso rotondo sul quale campeggiano grandi occhiali dalla montatura bianca, tanto evidenti, tanto stridenti! Ma ciò che conquista è la sua voce straordinariamente duttile, morbida e potente, capace di salire senza sforzi fino agli acuti e di scendere nelle profondità basse che caratterizzavano la voce della Vaugham. Nella scaletta si ascoltano tanti classici pescati a piene mani nel repertorio di Cole Porter e interpretati dalla Holiday o dalla Fitzgerald: “Gentleman Is a Dope”, “All or Nothing at All”, “Easy To Love” e quella “Everytime We Say Goodbye” che ha avuto innumerevoli versioni. Splende di luce propria la “Cry Buttercup Cry” di Maxime Sullivan. E con grande modestia Cecile canta dal suo cd solo due sue composizioni, delicate e intimiste, come “Look at Me”.

Ad accompagnarla è un trio straordinario: Renee Rosnes al pianoforte, Rodney Whitaker al contrabbasso e Lewis Nash alla batteria. Gli assolo sono esempi da manuale del jazz per tecnica ed esecuzione: grandissima la Rosnes, perfetta negli stacchi e sempre spettacolare. Applausi a scena aperta nel silenzioso rispetto dei tempi.

Con la fine del concerto arriva la richiesta del bis: Cecile torna da sola sul palco e senza prendere il microfono intona a cappella “St. Louis Blues”, classico fra i classici, in un silenzio che ha del religioso per una performance stupefacente. Sono due, forse tre, minuti di canto puro in cui il virtuosismo gioca un ruolo secondario. E’ la gloria della standing ovation. Nel firmamento del jazz è spuntata un’altra stella.

Ma “Nel gioco del jazz” non chiude i battenti: il 7 aprile torna Jacqui Naylor al teatro Forma con una probabile replica il 9 anche a Matera nella suggestiva location di Casa Cava; il 22 ci sarà Cristiano Calcagnile.

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