Nel mondo latino, grande importanza veniva attribuita ai giochi, i cosiddetti ludi, cioè un insieme di giochi gladiatorii, naumachie, spettacoli teatrali e gare equestri, che si tenevano in particolari occasioni, religiose o politiche, e che potevano avere carattere privato o pubblico. Col tempo, divennero essi stessi eventi religiosi, tanto da entrare ufficialmente nel calendario romano.
Questi spettacoli, oltre a costituire un semplice svago, rappresentavano un momento significativo della vita della città e tutti i centri più importanti possedevano almeno un anfiteatro, un circo o un teatro, dove assistere a tali manifestazioni.
Altrettanta attenzione, però, gli antichi romani dedicavano a quei divertimenti che si svolgevano nell’ambito delle mura domestiche, o nelle osterie e non stupisce, pertanto, che, negli scavi archeologici di alcune cittadine pugliesi, sono state rinvenuti numerosi “balocchi” o strumeni di gioco, a preziosa testimonianza di un interessante aspetto della vita degli antichi latini, spesso trascurato.
Giochi di ogni genere sono venuti alla luce, per esempio, dagli scavi effettuati nelle sepolture romane intorno a Brindisi e gli esemplari meglio conservati sono oggi custoditi nel Museo Archeologico della città.
Si tratta di balocchi per bambini e di giochi per adulti.
Sin dalla prima infanzia, per i bambini romani, il gioco era considerato un diritto, ma anche una preziosa forma di attività formativa, prima dell’inizio dell’avventura scolastica.
Gran parte delle attività ludiche dei bambini era improntata all’imitazione delle imprese dei grandi e, nei giochi di gruppo, essi si improvvisavano attori, mettendo in scena vere e proprie parate militari, nelle quali ognuno interpretava un personaggio, dal grande imperatore al soldato semplice.
I ragazzini delle classi sociali più basse si divertivano con giocattoli costrutiti in materiali diversi: il legno era modellato in modo da farlo diventare una barca, un animale, un carrettino; il fango veniva fatto essiccare e usato per costruire capanne o fortezze militari.
I bambini delle classi più elevate disponevano invece di veri e propri giocattoli commissionati dai loro genitori a esperti artigiani: i cerchi (orbis) da far correre con la bacchetta (clavis); le trottole; i carrettini a forma di animale con ruote; le bambole (pupae) ecc.
Uno dei giocattoli più diffusi, a giudicare dagli esemplari ritrovati a Brindisi, era il carrettino, una sorta di biga in miniatura, che poteva essere piccola o molto grande. Nel primo caso, veniva legata ad animali di piccole dimensioni, ad esempio dei topi ai quali si chiedeva poi di trascinare il carrettino dando luogo ad una vera e propria corsa di bighe impazzite. Nel secondo caso, quando il carrettino raggiungeva le giuste dimensioni, era il bambino stesso a guidarlo, mentre la biga veniva trascinata da una pecora, una capra, un cane e, alcune volte, perfino un altro amico che si prestava a fare le veci del cavallo.
Anche le bambine romane giocavano ad imitare i più grandi, più precisamente la figura materna.
Lo facevano usando la classica bambola. A noi sono giunti molti esemplari, scoperti nelle tombe di ragazze morte ancora in giovane età: alcune erano bambole con arti snodabili e fornite di vestiti e mobili per la casa prorio come alcune bambole moderne.
Ai giochi infantili i Romani assegnavano una grande importanza educatrice, ma anche religiosa: giocattoli venivano regalati ai bambini durante alcune feste o particolari celebrazioni. Quando i bambini diventavano adolescenti, consacravano poi i loro balocchi ai Lari domestici, ma anche a Venere e ad Artemide.
Se il bambino moriva da piccolo, i giocattoli lo seguivano nel sepolcro. Nei corredi funerari di Brindisi, molto comuni sono i poppatoi, contenitori in terracotta, che assumevano la funzione di vasi-biberon, ma anche di veri e propri giocattoli ed erano spesso colorati per attirare l’attenzione del bimbo ed invogliarlo a bere.
Molte figure di animaletti, infine, venivano utilizzate come “tintinnabula”, cioè dei giocattoli caratteristici in terracotta, contenenti all’interno, una pallina di coccio: muovendolii, questi oggetti emettevano un suono particolare che divertiva i bimbi.
Molti di questi giochi erano diffusi sia fra i piccoli che fra i grandi: la diversità stava nel fatto che i grandi, molto spesso, li utilizzavano come giochi d’azzardo.
E’ il caso, per esempio, del gioco dei dadi, nel quale venivano impiegati dadi come quelli che usiamo ancora oggi. I dadi, caratterizzati da una notevole varietà di dimensioni, erano fatti in osso o in avorio. Quelli in osso spesso presentano dei fori, dai quali passava una cordicella che, presumibilmente, si legava alla cintura, in modo da porterli portare sempre con se, prova questa della grande consuetudine di questo passatempo.
Simile al gioco dei dadi era quello degli astragali. L’astragalo era l’osso della zampa di un animale, presumibilmente di un ovino. Il gioco consisteva nel lanciare cinque astragali e nel cercare di raccoglierne il più possibile con il dorso della mano.
Simile al nostro gioco degli scacchi era poi la “tabula fusoria” (la scacchiera), sulla quale le pedine erano i latrunculi: esse venivano mosse in modo da cercare di eliminare quelle dell’avversario. Le tabule erano in legno, in marmo o in pasta vitrea decorate.
Nonostante la loro diffusione, la legge romana era molto severa con i giochi d’azzardo: essi erano sempre proibiti e praticati solo di nascosto; tuttavia una piccola deroga veniva concessa durante i Saturnalia (le feste romane di tipo carnevalesco).
Altri giochi praticati dai grandi erano il “pari e dispari” (un giocatore teneva chiuso nelle mani un determinato numero di sassolini e l’altro doveva indovinare se erano di numero pari o dispari); il “capita et navia” (il nostro testa o croce, nel quale si doveva indovinare se la moneta cadeva dalla parte della testa o della nave); il lancio delle noci (venivano fatti dei cumoli formati da tre noci come base e una sopra e si doveva cercare di colpire il cumolo lanciando una quinta noce da una certa distanza: chi colpiva il cumolo vinceva le noci che aveva abbattuto).
Infine, non poteva mancare, allora come oggi, il gioco della palla. Anche questo era praticato da persone di tutte le età e la palla era riempita di vari materiali: piume, stoffa, sabbia, oppure gonfiata ad aria.
Il ritrovamento di questi oggetti non può che indurre più di una riflessione su un mondo, come quello romano, del quale, ahimè, troppo spesso si trasmette un’immagine assai truce e seriosa.











