HomeStoria della PugliaGiuseppe Di Vagno: la storia del "gigante buono".

Giuseppe Di Vagno: la storia del “gigante buono”.

Giuseppe Di Vagno nacque a Conversano il 12 aprile 1889 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri.

Compiuti gli studi liceali, s’iscrisse alla facoltà di Legge dell’Università di Roma, conseguendo la laurea nel 1912.

Al ritorno nel paese natale, s’inserì nella vita politica, ponendosi alla guida delle rivendicazioni contadine e popolari.

Nel giugno del 1914 fu eletto Consigliere Comunale e Provinciale e sostenne diverse istituzioni asssitenziali (Societa’ Umanitaria, Comitati per i profughi serbi e monetnegrini), collaborando anche a diversi periodici democratici e socialisti.

Prese parte alla Prima Guerra Mondiale col grado di caporale e, terminato il conflitto, riprese la sua attività di sostegno in favore dei braccianti, in particolar modo di quelli imputati di reati ai danni dei latifondisti locali.

Durante il cosiddetto biennio rosso, si schierò a fianco dei contadini di Gioia del Colle e di Minervino Murge, che erano stati colpiti dalla violentissima e sanguinosa reazione degli agrari all’occupazione pacifica delle terre incolte e dalla repressione poliziesca.

Nelle elezioni politiche del ’21 fu eletto Deputato al Parlamento, nella lista dei Socialisti Unitari. Il suo impegno a favore delle classi sociali più povere, le sue simpatie socialiste e, soprattutto, la condanna delle prime violenze compiute dalle squadre fasciste, gli provocarono l’ostilità dei gruppi politici di Destra e delle “camicie nere” di Mussolini, fino a portarlo alla morte. 

Di Vagno fu ucciso a Mola di Bari il 25 settembre del 1921, in un’imboscata organizzata da circa venti giovani fascisti del suo paese natale: dopo la conclusione di un comizio, venne raggiunto da diversi colpi di pistola alla schiena, ma gli squadristi spararono all’impazzata su tutti i presenti e lanciarono una bomba a mano per terrorizzare i passanti.

In realtà, l’omicidio era stato progettato da tempo, probabilmente durante la campagna elettorale. L’avversione nei suoi confronti si era manifestata in forma violenta già in occasione del Consiglio Provinciale di Bari, a causa delle denunce pronunciate sulle lentezze dell’azione amministrativa, i ritardi nell’ultimazione dei lavori dell’Acquedetto pugliese e il trasformismo della classe dirigente. I suoi interventi antimilitaristi, a favore della pace, avevano inoltre provocato la reazione dei più accesi nazionalisti.

Il largo consenso elettorale raccolto nel ’21 (Di Vagno aveva ottenuto il maggior numero di voti nella lista dei socialisti unitari) aveva fatto scattare la caccia all’uomo da parte dei suoi nemici.

All’indomani della feroce esecuzione, in una lunga lettera al giornale “Avanti!”, il deputato socialista Giuseppe Di Vittorio denunciò le responsabilità del fascismo pugliese e, in particolare, del cerignolese Giuseppe Caradonna.

L’assassinio Di Vagno occupò la prima pagina dei giornali regionali e nazionali, con edizioni straordinarie ed evidenziò l’incapacità delle istituzioni liberali di porre un freno all’assunzione della violenza come metodo di risoluzione dei problemi dell’Italia post-bellica.

Il processo che ne seguì, si concluse a pochi mesi dall’avvento del fascismo, senza giustizia e senza verità, ma dimostrò numerose lacune nell’istruttoria e, soprattutto, mise in evidenza la stretta e grave correlazione tra gli esecutori materiali del delitto e gli autori morali dello stesso.

Una revisione del processo fu richiesta a gran voce dai socialisti Di Vittorio, Nenni e Pertini nelle prime manifestazioni popolari dei partiti democratici dell’Italia libera: esso si concluse nel luglio del’47, solo con lievi condanne degli esecutori materiali del delitto.

Il Collegio di difesa degli imputati, costituito da esponenti di spicco della nuova destra pugliese, con cavilli procedurali, riuscì ad impedire la ricerca delle responsabilità degli istigatori morali del crimine.

Tuttavia, la memoria del “gigante buono”, come lo definì Turati, è stata da allora sempre difesa e tutelata.

Oggi i nomi delle strade e piazze di tante città pugliesi dedicate alla figura del martire socialista costituiscono i segni di quel travagliato periodo della storia nazionale.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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