Oggi se vogliamo capire dove stia andando la musica nera dobbiamo fare i conti con musicisti come Robert Glasper, Benjamin Clementine e Jacob Collier. Contaminazioni e sperimentazioni, soprattutto con ricerche elettroniche, indicano strade che, anche se per i puristi sono inconcepibili, sono le uniche percorribili per un adeguamento ai tempi. E’ il caso di Jacob Collier, londinese, nato e cresciuto in una famiglia di musicisti, studi di contrabbasso, pianoforte e composizione. Ma il punto e i meriti sono altri: prendete qualcosa di Stevie Wonder, Prince e Sting, che sono i suoi idoli; aggiungete la tecnica vocale di Bob Mc Ferrin e Al Jarreau; inserite le armonizzazioni corali dei Take 6, il groove degli Earth Wind and Fire e i ritmi di D’Angelo (fondatore della moderna musica soul) e avrete ottenuto un’idea di quello che Jacob è riuscito a concepire. E’ come se il musicista sia salito su un crinale e abbia guardato prima da una parte cosa è la musica nera con la sua tradizione e poi si sia voltato dall’altra per intraprendere un percorso creativo fra i più interessanti di questi ultimi tre anni: è il giusto spartiacque tra passato e futuro. Il suo talento è nell’avere compreso e realizzato tutto a soli 20 anni: oggi ne ha 22, e, dopo qualche singolo di saggio, ha pubblicato a luglio un cd, In My Room, che ha scalato le classifiche in una ventina di Paesi. Ma il suo successo è planetario sui social media (youtube) dove un suo video ha superato i 2 mln di visualizzazioni. Se non bastasse, ha ricevuto gli elogi e i complimenti di Quincy Jones, Chick Corea ed Herbie Hancock, del quale dovrebbe essere l’erede artistico naturale.
Ecco ora Jacob sul palco del Teatro Forma, invitato a Bari dal direttore artistico Michelangelo Busco: ottima scelta, lungimirante, anche se il ragazzo si era già visto l’estate scorsa in piazza a Locorotondo per il Locus Festival.
Jacob Collier è un “one man band”: da solo suona sulla scena due tastiere elettriche, il pianoforte, due chitarre, due bassi elettrici, batteria, percussioni e modula l’harmonizer che gli permette di creare armonie multi vocali fino a 12 note. Per la parte elettronica è stato aiutato da Ben Bloomberg, studente di ricerca del Mit Media Lab del Massachuttes, che ha realizzato hardware e software, e dagli ingegneri Louis Mustill e William Young, che hanno allestito lo spettacolo. Ci sono loop multimediali (musica e video in 3D) con una tecnica complessa che installare diversi strumenti in configurazione circolare. Così Collier saltella letteralmente da uno strumento all’altro: suona qualche nota, imposta i loop e cambia postazione senza smettere di cantare. Il tutto con grande energia e lucidità, e una straordinaria padronanza di tutta la strumentazione.
Ma tutti questi prodigi della tecnica non servirebbero a nulla senza un autentico talento, senza quella capacità di fondere in uno stile unico e pur sempre mutevole il jazz, il groove, il soul, il gospel, il trip-hop con la maestria dell’improvvisazione. La voce filtrata e moltiplicata dall’harmonizer diventa spesso un coro a cappella, ma quando si esprime da sola si rivela quella di un crooner d’altri tempi e d’alta scuola, capace di trasformarsi in raffinati falsetti.
Jacob parte con Don’t Worry about a Thing di Stevie Wonder, in una splendida versione jazzata: è il pezzo che lo ha reso famoso sul web, al pari di Close to You, altro classico, che viene eseguito a ruota. Ed è subito feeling con un pubblico stupito, affascinato. Alle spalle su un grande schermo appare l’immagine digitalizzata del ragazzo o un caleidoscopio di inquadrature in real time. Poi Collier spiazza tutti: imbraccia la chitarra acustica (sic!) e canta con voce profonda da consumato crooner You and I; è poi la volta del jazz elettrico di Woke up today e del funky Saviour cantata con il pubblico diviso in due parti con strofe diverse. Coinvolgimento totale e irresistibile. La classe e l’eleganza rilassata di “In my Room” dei Beach Boys e ancor più di Hideaway raffinatissimo e malinconico jazz-blues, disorientano, ma creano atmosfere impensabili pochi minuti prima. Fascinating Rhytm chiude in allegria, e per il bis uno spiritual elettrico. Cos’altro ancora!?
“Il nuovo messia del jazz” lo ha definito The Guardian; per Quincy Jones è un “genio assoluto”. Genio sì! ma non c’è traccia di sregolatezza.











