Dopo la spedizione dei mille di Garibaldi e il compimento dell’Unità d’Italia, iniziò, per il Sud, una nuova difficile fase della sua storia.
La scomparsa del Regno delle Due Sicilie, le condizioni di profonda arretratezza e squilibrio sociale che caratterizzavano il Mezzogiorno rispetto al resto d’Italia e alcuni provvedimenti del nuovo governo (la tassa sul “macinato” e il servizio di leva obbligatorio), posero le basi per pa nascita di un nuovo fenomeno, il brigantaggio che insanguinò il Meridione del paese sino al 1865.
Le bande dei briganti erano formate da contadini, sbandati del disciolto esercito borbonico, ex garibaldini, nostalgici del vecchio regime, renitenti al servizio di leva, banditi veri e propri; si ribellavano allo Stato, rispondendo alle sue mancanze, con la violenza e l’illegalità.
Prendevano di mira i galantuomini, cioè i possidenti e i politici locali, assaltandone le fattorie, devastando e uccidendo; saccheggiavano i palazzi dei borghesi; incendiavano gli archivi comunali, per distruggere i documenti fiscali e di leva; aprivano le carceri, lottavano contro i “nemici” Cavour e Vittorio Emanuele e, per questo, erano venerati dalle folle come “eroi”.
Si trattava di uomini dotati di grande tempra e carisma e le loro imprese erano leggendarie: la continua latitanza; i pasti frugali; le grandi distanze da percorrere, spesso tutte in una volta, e quasi sempre di notte; l’uso delle tattiche militari della guerriglia, per tenere testa ad un esercito, formato da migliaia di uomini ed armato fino ai denti.
La risposta del governo fu una dura repressione militare: cinque anni (dal 1861 al 1865) durò la vera e propri guerriglia tra i briganti e lo Stato, che arrivò a impiegare, per reprimere il fenomeno, ben 116.000 uomini.
Durante questo periodo, fu perfino promulgata una legge (la legge Pica) che poneva in stato d’assedio le province interessate al fenomeno, concedendo ampi poteri agli organi di polizia e ai soldati: l’autorità militare si sostituì a quella civile e si ebbero massacri, fucilazioni e rappresaglie indiscriminate.
L’ottima conoscenza del territorio era una delle armi a disposizione dei briganti per resistere agli assalti dell’esercito: tanto fra i boschi e le montagne, luoghi che facilmente si prestano alla mimetizzazione, all’organizzazione di agguati e di scorrerie, quanto sui campi aperti, come gli altipiani, i briganti erano in grado di mostrare una perfetta padronanza delle tattiche militari, grazie alle quali, spesso, costringevano la cavalleria sabauda ad impegnarsi in lunghi scontri frontali, dall’esito quasi sempre incerto.
La Puglia è stato uno dei territori più frequentato dai briganti. La Capitanata ed il Tarantino ospitavano numerose bande di briganti, alcuni dei quali resi celebri dalle loro gesta.
Il Bosco Pianelle, nei pressi di Martina Franca, fu, a lungo, il rifugio della banda del Sergente Romano, così chiamato perché prima di diventare un noto bandito, era stato un sergente dell’esercito borbonico. La sua “casa” pare fosse la grotta nella gravina del Vuolo, che oggi porta il suo nome.
Al nome di Pizzichicchio, che operava nel Tarantino, è legata la storia di un “bottino nascosto” nelle campagne tra Martina Franca e S. Marzano e maipiù ritrovato. La leggenda vuole che Musulino, questo il suo vero nome, braccato dalla Guardia Regia, e sentendosi vicino alla fine, si presentò dal suo amico massaro Martino Savino, che diverse volte gli aveva dato riparo e lo aveva sfamato, per lasciargli in custodia una cassa piena di denari e preziosi, che egli avrebbe poi ereditato in caso di korte del bandito. Il Savino, pensando alla provenienza delle ricchezze, rifiutò e il brigante, congedandosi da lui, gli disse che avrebbe seppellito il suo tesoro sotto un ulivo da lui conosciuto.
Anche Francesco Monaco, che non venne sconfitto dalla legge, ma tradito da due dei suoi compagni più fidati, a causa di una lite per una donna, si muoversi in queste terre. Il Monaco aveva deciso di “rapire” una bella contadina, sua compaesana. In realtà, la contadina stessa racconterà agli inquirenti di aver deciso di seguire il brigante con la promessa di ricevere in cambio del denaro. Durante una festa, la contadina subì le avances di altri briganti, che con la violenza cercarono di ottenere i suoi favori. Il capo, in preda all’ira e alla gelosia, decise allora di disarmare tutta la banda e allontanare i compagni che lo avevano offeso. Costoro, umiliati per il trattamento subito, decisero di tradire il Monaco, tendendogli un agguato e uccidendolo.
In genere, la sorte che toccava ai briganti o a chi li aiutava era terribile: la scelta era tra il morire combattendo, o l’essere “passato per le armi” in piazza dopo un processo sommario.
Una volta uccisi, i briganti venivano caricati sul dorso di asini e trasportati in un lugubre corteo funebre, verso un luogo dove il loro corpo veniva gettato come una qualsiasi spazzatura: un grande burrone nei pressi di Martina Franca porta ancora oggi il significativo nome di “u munnezzere” (l’immondezzaio).
Leggendaria divenne anche la storia di Ciro Annicchiarico, detto Papa Ciro. Presbitero e brigante, della sua vita da religioso, non si hanno molte notizie, eccetto che fu prete a Grottaglie e, dopo essere stato accusato di un omicidio per motivi passionali, si diede alla macchia al fine di sottrarsi all’arresto. Pare che una violenta rivalità fosse scoppiata tra don Ciro e don Giuseppe Motolese, un altro sacerdote di Grottaglie, figlio della ricca borghesia del paese. Entrambi, infatti, erano innamorati di una certa Antonia. Dopo l’uccisione del rivale in amore, don Ciro, braccato dai gendarmi, raccolse intorno a sé una nutrita banda di tagliagole, con i quali fondò la setta dei Decisi, dandosi al brigantaggio e spadroneggiando per oltre 15 anni nella zona di Francavilla d’Otranto, oggi Francavilla Fontana.
Dopo attente ricerche, la setta dei Decisi venne localizzata e battuta dalle truppe regolari a San Marzano. Asserragliatosi con i suoi fedelissimi nella torre di Masseria Scasserba, Papa Ciro tentò l’ultima resistenza, ma venne costretto alla resa e poi fucilato nella pubblica piazza di Francavilla d’Otranto. Durante l’interrogatorio, il sacerdote-brigante confessò di essere l’autore materiale di 70 omicidi
Infine, il brigante Cosimo Mazzeo, detto “Pizzichicchio”, nato a San Marzano nel 1837, fu uno dei signori più temuti e importanti del brigantaggio meridionale. Leader incontrastato di una vasta zona del tarantino, era circondato da un gruppo di cinquanta fedelissimi. La banda Pizzichicchio era adorata dai contadini poveri e temuto dai possidenti, ed egli era considerato un bandito paterno verso gli oppressi e gli sfruttati. Collaborò con il Sergente Romano alla presa dei comuni di Carovigno, Erchie e Cellino San Marco. La sua storia d’amore con la bella massara martinese Addolorata si chiuse con l’arresto del Pizzichicchio, avvenuto il 3 gennaio 1864, e con la sua fucilazione, a Potenza, per sentenza di un Tribunale Militare.
Nel 1865, il fenomeno del brigantaggio era stato stroncato, ma diverse migliaia di persone, fra soldati, briganti e civili, avevano perso la vita. Soprattutto, molti dei problemi che avevano generato il fenomeno, non erano stati affatto risolti.











