HomeStoria della PugliaLa tragedia della Benedetto Brin

La tragedia della Benedetto Brin

Quando la Grande Guerra infuriava da quattro mesi in Europa, il porto di Brindisi svolgeva già un ruolo di primo piano nelle operazioni militari: vi erano ospitate numerose navi militari e, da lì, sarebbero salpati, per le più importanti battaglie, i mezzi navali e i sommergibili della flotta italiana, francese ed inglese.

Il 27 settembre 1915 un forte boato scosse la città.

Sulla corazzata Benedetto Brin, ormeggiata nel porto medio, esplose il deposito di munizioni e un forte incendio si sviluppò su tutta la nave, provocandone l’affondamento in poco tempo.

Secondo le testimonianze dei marinai che assistettero alla scena, lo scafo della B.Brin si appoggiò sul fondo di dieci metri e scese lentamente: mentre la prora poco danneggiata si nascondeva pian piano sotto l’acqua, la poppa, completamente sommersa, appariva sconvolta e ridotta ad un ammasso di rottami.

Fortunatamente, i gas dell’esplosione si diressero verso l’alto anzichè espandersi lateralmente e causare gravi danni alle navi vicine: la Giulio Cesare, la Dante Alighieri, la Leonardo Da Vinci, la Nino Bixio, l’Emanuele Filiberto, la Saint Bon e la Regina Margherita.

L’esplosione fece tremare l’intera città e l’onda d’urto provocò la rottura dei vetri e la caduta di intonaci in numerose abitazioni. L’alta colonna di fumo che si levava dal porto medio fece temere che fosse saltato in aria il Castello Alfonsino e, solo quando la fitta nebbiolina provocata dall’esplosione si diradò, la triste realtà fu chiara a tutti.

Dei 943 uomini dell’equipaggio, 456 furono i morti: tra loro il comandante della corazzata Gino Fara Forni e il contrammiraglio Ernesto Rubin de Cervin, comandante della divisione navale. Insieme a loro altri 21 ufficiali, quasi tutti, al momento dell’esplosione, riuniti a rapporto nel quadrato di poppa, o in servizio nelle sale macchine. ben 369 gli uomini irriconoscibili o scomparsi. I tantissimi feriti vennero soccorsi immediatamente dai marinai italiani e francesi e trasportati nelle infermerie delle altre navi presenti nel porto, nell’ospedale della Croce Rossa, o in quello adibito per l’occasione all’interno dell’Albergo Internazionale.

I funerali delle vittime ebbero luogo il giorno successivo: le spoglie dei marinai morti furono seppellite in un’area cimiteriale messa a disposizione dal Comune di Brindisi, che indisse anche tre giorni di lutto cittadino.

La corazzata distrutta era stata progettata dall’ingegnere navale e ministro della Marina Benedetto Brin, morto prima del completamento dei lavori. Lunga 138 metri e larga 23, aveva una stazza di 14mila tonnellate ed era dotata di 46 cannoni, 2 mitragliere e 4 lanciasiluri.

Partecipò a diverse battaglie nella guerra italo turca del 1911, svolgendo un ruolo da protagonista nel bombardamento dei forti di Tripoli e nelle operazioni contro Bengasi, la Cirenaica e Rodi.

Le cause dell’esposione non vennero mai accertate con chiarezza. Tra le ipotesi più chiacchierate c’era quella di un falso prete a servizio dall’Austria, o di un marinaio traditore, che aveva collocato un ordigno nei pressi della “Santabarbara” della nave.

Venne subito esclusa, invece, l’ipotesi di un’azione dei sommergibili nemici, in quanto il porto brindisino era chiuso da una rete metallica che risultò ancora integra ai successivi controlli.

La commissione d’inchiesta non confermò nessuna della cause ipotizzate, ma alla fine propese per una spiegazione chimica: la combustione spontanea nella zona degli esplosivi.

Secondo questa tesi, il calore prodotto dai motori non veniva sufficientemente disperso dai ventilatori, lenti ed inadeguati e questo avrebbe provocato l’autocombustione della balistite presente nei locali, un potente esplosivo a base di nitroglicerina e cotone collodio che esplode fragorosamente e brucia senza produrre fumo.

A conferma di questa idea, in seguito si scoprì che la deficienza di ventilazione e della refrigerazione era stata già segnalata con una lettera al Ministero nel luglio del 1914 dal comandante della nave Gino Fara Fondi, al quale, però, evidentemente, non fu dato il giusto seguito.

La nave Brin fu smontata e fatta a pezzi con l’utilizzo di notevoli gru: i cannoni furono recuperati e riutilizzati su altre navi; la campana di bordo ripescata dal fondo del mare e conservata nella cappella del sacrario del Monumento al Marinaio…a perenne memoria della storia di una nave sfortunata, ma valorosa.

Banner donazioni

Telegram PugliaIn

Per seguire in tempo reale tutte le news iscriviti gratuitamente al nostro canale Telegram

Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

1 commento

Comments are closed.

Ultimi Articoli

spot_img
spot_img