Lavoravano e vivevano a Trani in un prefabbricato utilizzato come tomaificio, dormendo e mangiando tra i rifiuti e i materiali necessari al ciclo produttivo, in un ambiente decisamente insalubre, con assenza assoluta di finestre, con poca luce e in mezzo a taniche contenenti pericolosi materiali infiammabili.
Questo è quanto hanno scoperto questa mattina i carabinieri a Trani, all’interno di un capannone adibito ad attività commerciale, nella zona industriale. Nell’opificio, utilizzato per produrre tomaie di scarpe, vivevano almeno una trentina di lavoratori di nazionalità cinese, con regolari permessi di soggiorno.
Gli operai – ridotti a poco più che schiavi – dormivano su giacigli di fortuna, materassi a volte poggiati direttamente sul pavimento, in condizioni igieniche precarie. Secondo gli investigatori, molti locali del capannone erano destinati a uso commerciale e invece erano stati trasformati in stanzoni dove c’erano fatiscenti servizi igienici e caotiche sale mensa.
Il capannone è stato sequestrato senza facoltà d’uso e tre persone sono state denunciate per diverse violazioni e omissioni in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro: si tratta di due tranesi, il proprietario e il locatario del capannone, e il titolare dell’impresa, cinese, residente a Ruvo di Puglia.
A poche ore dall’operazione di polizia interviene, con un comunicato, l’ex presidente della Provincia Bat, attualmente consigliere regionale, Francesco Ventola: “I calzaturifici del Nord Barese erano e sono il fiore all’occhiello di un’economia che dettava e detta non solo i numeri della produzione ma anche la moda in Italia. Molte grandi firme venivano e vengono a realizzare le loro creazioni in pelle nel nostro territorio. Un territorio dalla doppia faccia: quello di instancabili e seri imprenditori locali che nonostante la crisi continuano a credere a investire in Italia e quello che oggi è oggetto di un’inchiesta della Procura di Trani”.
“Negli ultimi anni -spiega Ventola – molte le aziende hanno chiuso perché produrre in Italia non conveniva più, meglio farlo nel Terzo Mondo a prezzi stracciati rispetto ai nostri, anche grazie a una mano d’opera sottopagata. Oggi il Terzo Mondo è casa nostra. Il cambiamento è avvenuto sotto gli occhi anche dei sindacati che hanno inseguito un modello di organizzazione di lavoro non compatibile con le regole della globalizzazione e alla fine non solo gli operai ma anche gli imprenditori sono diventati cinesi, con il paradosso che spesso sono loro ad assumere gli ex proprietari italiani. In un mondo globalizzato le regole del mercato e il rispetto della dignità umana deve avere la stessa lingua e le stesse norme se deve portare benessere globale, altrimenti avremo solo una disparità globale a scapito proprio di quegli imprenditori che, invece, nel Made in Italy ci crede ancora”.











