HomeStoria della PugliaQuando da Brindisi partì il salvataggio dell'esercito serbo

Quando da Brindisi partì il salvataggio dell’esercito serbo

A Brindisi, nei pressi della Capitaneria di Porto, è ancora oggi visibile una epigrafe in marmo che ricorda il salvataggio di oltre centomila profughi serbi da parte delle navi italiane, durante la Grande Guerra.

Era ciò che rimaneva dell’esercito serbo in ritirata.

Circondati dalle truppe austro-ungariche, i serbi non trovarono altra via di salvezza che raggiungere la costa albanese, presidiata dalle navi italiane.

Durante il tragitto, morirono circa trecentomila uomini. La maggior parte di essi furono uccisi dal territorio impervio, dal freddo, dalle epidemie e dagli attacchi compiuti dalla popolazione locale, ostile all’esercito in rotta e fiero della propria indipendenza.

A Durazzo, giunsero solo ottantamila uomini, mentre altri sessantamila arrivarono a S.Giovanni di Medua.

L’esercito italiano, considerata la tragedia umanitaria che si svolgeva così vicino ai confini nazionali, si prodigò subito, creando due campi di assistenza sulla costa albanese, uno a Valona e l’altro a Durazzo, con ospedali, alloggi, dispensari e magazzini.

Soprattutto, fu avviato il trasbordo dei profughi e le navi facevano la spola tra la costa orientale adriatica e quella occidentale, partendo proprio dal porto di Brindisi.

Nel gennaio del 1916, con la resa del Montenegro, quando gli eserciti austro-tedeschi puntarono direttamente sui porti albanesi, si rese necessario accelerare la fase di salvataggio di quel che rimaneva dell’esercito serbo.

Nelle operazioni di soccorso, operarono 45 navi italiane, 21 francesi e 11 inglesi; entro il 9 febbraio di quell’anno, furono trasferiti, dall’altra parte dell’Adriatico, tutti i serbi in ritirata.

Tra di loro c’era anche il re Pietro I Karageorgevich; il principe ereditario Alessandro, che aveva guidato la resistenza serba prima della ritirata; il primo ministro Pasic e i membri del governo nazionale. Tutti i superstiti si spostarono poi a Corfù, dove cercarono di ricomporre l’esercito.

Il 22 gennaio giunse a Brindisi anche la famiglia reale del Montenegro: il re Nicola, la regina Milena e le principesse Vera e Xenia, che, dopo alcuni giorni di sosta nella città pugliese, si trasferirono in Francia.

Durante queste traversate vi furono diverse perdite di navi italiane, sia militari che mercantili: gli austriaci, infatti, erano riusciti a disseminare numerose mine nel canale di mare che collegava Brindisi a Valona.

A ricordo di questi avvenimenti, il 10 febbraio del 1924, fu posta sul lungomare di Brindisi un’epigrafe marmorea che cita i 202 viaggi delle navi italiane:

“Dal dicembre MCMXV al febbraio MCMXVI le navi d’Italia con cinquecento ottantaquattro crociere protessero l’esodo dell’esercito serbo e con duecentodue viaggi trassero in salvo centoquindicimila dei centottantacinquemila profughi che dall’opposta sponda tendevano la mano”.

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Antonio Verardi
Antonio Verardi
Storico dell’Arte. Ha collaborato con il Museo Pecci di Prato. Ha svolto attività di ricerca per la Facoltà di Lettere e Architettura. E’ docente di letteratura italiana, storia e storia dell’arte. Perito ed esperto per la Camera di Commercio di Bari è iscritto all’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal maggio 2011.

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