E’ previsto per oggi, salvo scossoni al momento imprevisti, la votazione a Roma sull’ennesimo decreto (l’undicesimo) sull’Ilva. Per il salvataggio dell’azienda in crisi verranno impiegati circa 400 milioni di euro. che, però, secondo l’allarme lanciato dall’Autorità per l’Energia, rischiano di essere “pagati” dai cittadini con un aumento delle bollette elettriche.
Secondo quanto è nei piani del Governo, infatti, i 400 milioni necessari per investimenti ambientali e sanitari dell’acciaieria tarantina verranno “prestati” ad Ilva dallo Stato per mezzo della ex Cassa conguaglio (attualmente Csea) e saranno da restituire nel 2018. Una procedura che, però, riduce i margini di manovra di Csea e che “potrebbe determinare la necessità di acquisire ulteriore gettito derivante dal prelievo tariffario a gravare sulle bollette energetiche di famiglie e imprese”.
Dunque un decreto che rischia di pesare su tutti gli italiani e che in molti considerano, tra l’altro, un aiuto di Stato non previsto dalla normativa comunitaria. Ma perchè potrebbero essere i cittadini a dover pagare direttamente questi soldi? Secondo quanto paventato dall’Autorità, infatti, se nel 2018 (anno previsto per la restituzione del “prestito” da parte dei futuri proprietari dell’Ilva qualcosa dovesse andare storto, o non dovesse avvenire, costringerebbe direttamente l’Autorità a rientrare dei fondi investiti attraverso l’unico strumento a sua disposizione, ovvero il controllo delle tariffe energetiche di famiglie ed imprese.
Il Ministero dello Sviluppo Economico, però, per bocca del viceministro Teresa Bellanova, minimizza (anzi esclude) questa possibilità. “Nessun aumento” e dalla decisione in discussione in Parlamento “non discende alcun effetto sui prezzi delle bollette elettriche, nè direttamente nè indirettamente”.
Ricapitolando, la possibilità prevista prende le mosse dai decreti salva-Ilva degli ultimi due anni che, nel corso del tempo, hanno garantito alla società siderurgica in grave crisi (ed attualmente in vendita) la possibilità di ottenere dei finanziamenti agevolati restituendoli nello stesso esercizio finanziario. La novità del nuovo decreto, però, prevede che il termine per la restituzione sia spostato in avanti di due anni, e soprattutto viene coinvolta la Cassa per i servizi energetici e ambientali. L’organismo è stato creato, alcuni anni fa, con lo scopo di raccogliere ed incassare per lo Stato il denaro di alcune componenti tariffarie dagli operatori elettrici presenti sul mercato, gestirli ed erogarli alle imprese.
In buona sostanza è la Csea che anticiperà per cassa il denaro previsto per i lavori di risanamento ambientale dell’Ilva. Un vantaggio, di certo, per i nuovi acquirenti, che questi lavori dovranno necessariamente effettuare ed accollarseli. Due anni di “respiro” che di fatto favoriscono i proprietari.
Ma il problema è anche un altro. Mentre il Governo permette all’Ilva (ed ai proprietari che verranno) di contrarre nuovi debiti, che fine fanno (o faranno) i debiti attualmente esistenti ed in essere?
A parlare di questo aspetto è il parlamentare pugliese del Movimento 5 Stelle Diego De Lorenzis, che sottolinea come per l’Ilva si debba senza dubbio parlare di “perdite economica continue”, mentre i debiti passato “ancora non sono stati ripagati”.
“Dove sono i soldi già prestati all’Ilva che sarebbero dovuti già esser restituiti? – dichiara De Lorenzis – “L’Ilva ha perso 918 milioni nel 2015, 641 nel 2014, 911 nel 2013, 620 milioni nel 2012 e continua a perdere ogni giorno 2,5 milioni di euro. Cosa sarebbe potuto succedere se questi soldi invece di buttarli in Ilva, fossero stati impiegati nella città di Taranto e nelle bonifiche, oppure nel garantire un prepensionamento ai lavoratori per aver lavorato in siti dove è presente l’amianto? Probabilmente una rinascita di Taranto, ma come ormai è lampante, al Governo Renzi e al PD non interessa la salute e l’ambiente dei tarantini.”
“Vogliono consegnare nelle mani dei privati” – incalza De Lorenzis – “uno stabilimento che produce malattia e morte, garantendogli l’immunità, come già succede con i commissari, nonostante l’Ilva sia un soggetto con nessuna prospettiva di rilancio imprenditoriale. Senza contare che questo decreto stabilisce un cambio di regole per la gara in corso d’opera il che potrebbe portare a una pioggia di ricorsi e occorre sempre ricordare che i reali proprietari non hanno mai concordato una vendita. Si prospetta una inquietante ipotesi che alla fine, lo Stato italiano dovrà rimborsare anche i Riva!”
“E’ necessario – aggiunge Diego De Lorenzis – smontare il giochino di parole del Governo distinguendo gli interventi di decontaminazione ambientale dagli interventi di ristrutturazione degli impianti. La Commissione Europea non si opporrebbe all’eventuale sovvenzionamento pubblico delle spese per gli interventi di decontaminazione del sito dell’Ilva e delle aree circostanti, nella misura in cui tali interventi siano urgenti e necessari per porre rimedio all’inquinamento esistente e per garantire la salute pubblica nella città di Taranto. Ma Renzi e il PD vanno in direzione opposta, finanziando gli impianti e facendo precipitare anche la situazione in merito agli Aiuti di Stato.”
“Ma poichè al peggio non c’è mai fine, come l’autorità per l’energia elettrica e il gas ha confermato, per favorire il prestito all’Ilva attraverso la Cassa servizi energetici, ci sarà anche un prelievo forzoso nelle bollette energetiche. In sostanza l’ennesimo regalo all’Ilva lo pagheranno ancora una volta tutti gli italiani, mentre i tarantini e i lavoratori muoiono, mentre vengono avvelenati mari, falde e terreni.
Insomma, il Governo minimizza ed esclude prelievi. M5S incalza e denuncia preoccupato. Intanto l’Ilva presto cambierà proprietario, e di fatto ancora non ci sono notizie dei soldi pubblici incassati e non ancora restituiti. Come sono stati utilizzati? Per quali scopi? Con quali risultati?











