HomePoliticaReferendum: il piano di Renzi per farlo fallire ora è chiaro

Referendum: il piano di Renzi per farlo fallire ora è chiaro

Tre indizi fanno una prova, si sussurra nelle aule (e soprattutto nei corridoi) dei Tribunali.

Sui referendum e sulla volontà specifica e deliberata di Matteo Renzi di affossare l’iniziativa di 9 Regioni (tutte governate dal Partito Democratico) che hanno proposto il referendum ci sono pochi dubbi.

Com’è noto, il 17 aprile verranno consultati gli italiani sulle attività petrolifere presenti nelle acque italiane, ovvero entro 22 km dalla costa (quindi non quelle sulla terraferma né in acque internazionali). Ci verrà chiesto: volete fermare i giacimenti in attività quando scadranno le loro concessioni?

Ma torniamo agli indizi.

Indizio numero 1 – La scelta della data.

In Italia un referendum per avere efficacia deve ottenere una maggioranza qualificata. Ovvero la maggioranza del 50% degli aventi diritto al voto +1. Una affluenza che a malapena viene garantita durante le elezioni politiche (locali o nazionali che siano) e che per il momento soltanto le amministrative sembrano garantire con una certa continuità. La scelta di scorporare il voto referendario da ogni altro appuntamento elettorale, non concedendo l’election day, e fissando una data anomala (il 17 aprile) a cavallo tra il ponte pasquale e le ricorrenze del 25 aprile e 1 maggio si sono create le promesse per una affluenza che quasi certamente non sarà sufficiente a dare valore legale all’esito referendario.

Il che, nelle intenzioni dei comitati promotori, non cambia di molto il valore politico che un voto comunque espresso possa contenere a prescindere dalle percentuali sufficienti o meno a far superare il quorum.

Certo che una data che costa allo Stato diverse centinaia di milioni di euro per il mancato accorpamento è una chiara indicazione sul “peso” di un referendum che, in fondo, mette di fronta da una parte il Governo e dall’altra le Regioni.

Indizio numero 2 – Una comunicazione distorta.

Non soltanto sui social, ma anche sui giornali, sui siti web e nei programmi di informazione televisiva il messaggio che è ormai diffuso è che il referendum riguarda le trivellazioni: “vuoi o non vuoi che nei nostri mari ci siano trivellazioni petrolifere che deturpino l’ambiente?”. La domanda, messa così, è del tutto sbagliata, fuori luogo, fuorviante e decisamente ridicola. Sarebbe quasi come chiedere “vuoi bene alla mamma?”. Come anticipato prima, il quesito referendario ammesso (uno dei sei proposti) da solo serve a poco, ed aveva valore e senso soprattutto nel combinato disposto dell’intera proposta referendaria. La domanda riguarda le concessioni dei giacimenti esistenti e la loro proroga fino alla fine dello sfruttamento del giacimento stesso in maniera automatica. Su questo bisogna esprimersi, e non su altro. Ma tutti parlano soltanto di trivellazioni si o no, che, lampantemente, è del tutto fuori tema. Errore voluto o provocato? Non sappiamo. Ma può essere un indizio sulla malafede che, fin dall’inizio, circonda il referendum.

Indizio numero 3 – L’indicazione di voto del Partito Democratico.

E passiamo alla cronaca di queste ore. Il Partito Democratico, con una decisione che lascia perplessi e (terzo indizio) la dice lunga sulle vere intenzioni di Matteo Renzi, che del Pd ormai è padre e padrone, ha lasciato una doppia possibilità ai propri iscritti e sostenitori. Che in realtà è una scelta unica camuffata. Non andare a votare (e quindi abbattere il quorum e non dare valore al referendum) oppure andare alle urne e votare per il no all’abrogazione (e quindi non dare efficacia al referendum).

La scoperta è emersa dal sito dell’Agcom: anche il Pd, infatti, si è messo in lista per chiedere spazio nelle tribune elettorali e negli spazi informativi autogestiti sulle televisioni private. E dalla tabella dell’Agenzia delle comunicazioni si specifica anche che lo spazio in questione servirà per sponsorizzare l’astensione.

Sarà interessante sentire le motivazioni con le quali i vari rappresentanti del partito inviteranno i cittadini a non esprimere la loro opinione, e soprattutto quali saranno i rappresentanti del Partito Democratico che avranno accesso agli spazi previsti.

E in Puglia? E Michele Emiliano?

In Puglia certamente nessuno, visto che da tempo tutti i consiglieri regionali, con a capofila Michele Emiliano, sono apertamente e decisamente schierati per il Si al referendum. E ci mancherebbe altro, sono tra i principali promotori!

Dunque, tre indizi che, messi insieme, danno forte la sensazione che il Partito Democratico, rectius, Matteo Renzi, di questo referendum non vedono l’ora di disfarsi archiviandolo con un bel “non vale nulla mancano i numeri” o peggio ancora con un “ve l’avevamo detto che stavate perdendo il vostro tempo”.

La decisione di Renzi e della segreteria del Pd (che in fondo sono la stessa cosa) spiazza e mette in un angolo (altro risultato politico raggiunto da quel furbacchione d’un toscano) il presidente della Giunta regionale di Puglia che, un po’ a pelle, un po’ politicamente, un po’ per il suo noto strabismo verso i pentastellati, dalle parti di Palazzo Chigi non è che goda di molto credito.

Qualcuno proprio dal M5S ha già suggerito ad Emiliano di fare un atto di coerenza, abbandonando un Partito Democratico che, di certo, non freme per averlo leader nazionale. Una ipotesi che crediamo sia altamente improbabile, almeno quanto quella del diretto coinvolgimento dei 5 Stelle nel governo della Regione Puglia in questa legislatura.

Certo il dato politico è chiaro, e rappresenta un colpo basso per Michelone, che si sta spendendo e probabilmente si spenderà fino al 17 aprile per questo referendum. Per salvarne il quorum, per votare favorevolmente all’abrogazione della norma sulle concessioni e per difendere il valore politico dell’esito del voto comunque vada. Un dato politico che promette di avere conseguenze ulteriori, non tanto entro i sicuri confini della Puglia e della sua Regione, in cui di fatto tutti sono allineati e coperti, ed anche le bisticciate interne al Pd sembrano più un gioco delle parti che un vero e proprio scontro politico.

Il problema politico per Emiliano si porrà quando e se deciderà di varcare i confini regionali per porre sul piatto della bilancia il suo peso politico. Qui ci saranno nodi che dovranno necessariamente arrivare al pettine.

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Roberto Mastrangelo
Roberto Mastrangelo
Coordinatore Redazionale del progetto PugliaIn.net. Socio fondatore dell'Associazione Scritture Digitali, in passato giornalista per il Movimento, Roma, il Patto, il Resto, l'Indipendente, Puglia d'Oggi, Cerca la domanda scomoda da fare nel momento peggiore.

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