HomeEditorialiCommentiCoronavirus. È in emergenza il popolo o il sistema sanitario?

Coronavirus. È in emergenza il popolo o il sistema sanitario?

Ogni giorno cresce il numero dei contagiati. È inevitabile per una nuova influenza (più aggressiva di quella stagionale) a rapida diffusione virale. Ad oggi sono quasi 4mila i casi registrati, con il picco in Lombardia. Non sono numeri da capogiro, ma l’allarmismo sanitario non è dettato dall’incidenza di mortalità, piuttosto dalle carenze strutturali del sistema Italia.

Ed arriviamo al nocciolo vero della questione, quello che ha fatto scattare misure draconiane in tutto lo Stivale pur non avendo in corso una pandemia da codice rosso. Addirittura ora è al vaglio l’ipotesi di prolungare la chiusura scolastica al 03 aprile, e chissà, magari arriveremo anche alla chiusura degli esercizi commerciali con tanto di coprifuoco. Per non parlare del contingentamento degli sportelli bancari e della circolazione del contante, l’OMS ha già lanciato il solito allarme sul denaro “sporco, veicolo di batteri”.

Modalità da guerra civile insomma, con miliardi di euro già bruciati e ripercussioni che sfigureranno per anni il nostro mercato interno. Quanto possono reggere alberghi, ristoranti, cinema, teatri, musei, eccellenze enogastronimche, in stato di chiusura o di vuotezza? Licenziamenti a catena, fornitori non pagati, fitti inevasi, economia con la corda al collo. È già nata la prima polizza assicurativa della compagnia Cattolica, con risarcimenti fino a 1.000 euro giornalieri per 15 giorni.

Segno che la Borsa, la finanza, ed i gestori del rischio, vedono già all’orizzonte la concreta e possibile chiusura delle saracinesche. Tuttavia il problema, dicevamo, non è insito nella pandemia o nel tasso di mortalità come fosse il ritorno della peste (in precedenti pezzi abbiamo analizzato il problema QUI e QUI), ma nello stato comatoso della Sanità italiana.

Lo ha spiegato molto bene l’assessore al Welfare Gallera della Regione Lombardia: “È una corsa contro il tempo perché questo virus si sta sviluppando con una velocità impressionante, anche al di sopra delle nostre previsioni e dei dati che arrivavano dalla Cina. Stiamo facendo una corsa enorme anche nell’aprire nuovi posti di terapia intensiva.”

E prosegue: “Ogni giorno abbiamo duecento persone che arrivano in pronto soccorso da ricoverare con delle situazioni critiche, quindi vuole dire che ogni giorno dobbiamo trovare duecento posti letto in più”.

Stiamo parlando di una Regione con un tasso di eccellenza in Sanità, il decreto di chiusura è stato in verità un grande favore alle Regioni del Sud; che sarebbero totalmente scoperte in quanto a personale, posti letto, e DPI. Oltre che farmaci, respiratori, e tutto l’occorrente. Ecco la reale situazione di panico, di stress, il coronavirus non fa altro che mettere a nudo la fragilità del nostro Sistema Sanitario, ricordandoci però l’altro lato della medaglia. L’assoluta, fondamentale importanza, del servizio pubblico.

Negli Usa ad esempio i casi accertati sono molto pochi, perché la gente non è indotta a cercare una cura. Un tampone può costare tra i mille ed i quattromila dollari, in più esiste una “tassa per le strutture” (solo per avere varcato la soglia dell’Ospedale), ed i nosocomi sono obbligati a fatturare a qualcuno. O al paziente o all’assicurazione, che non avendo ancora catalogato questo rischio, non riconosce i costi.

Tornando al focus sul nostro Paese è chiaro che siamo in una situazione poliedrica, con diverse facce del prisma in contrapposizione. La domanda giusta da farsi è: “Rispetto alla situazione attuale ed ai pericoli di sviluppo della patologia, è equilibrato bruciare centinaia di miliardi di euro nei trasporti, nella ristorazione, nel turismo, nel traffico aereo, nell’educazione scolastica ed universitaria, nell’export, ecc.?”

Il Governo si sta assumendo la responsabilità di mandare sul lastrico mezzo Paese ed in grave difficoltà l’altra metà, di incidere sullo stato di salute mentale ed emotiva di 70 milioni di italiani, per una influenza (più aggressiva di quella stagionale – repetita iuvant – ma sempre influenza). Non sarebbe più sano investire miliardi nella Sanità, anche in via del tutto eccezionale ed emergenziale, anziché buttare qualche spicciolo a pioggia per lenire la profonda ferita del morto economico?

Last but not least, l’informazione. È prudente inondare i tg, i giornali, i social, delle dirette minuto per minuto del contagio? Come se ci stesse aspettando sull’uscio di casa la morte con l’ascia in mano? Documentare la realtà come un film dell’orrore, fa salire la soglia del pericolo percepito in maniera vertiginosa.

Secondo l’ISTAT ogni anno in Italia muoiono circa 600.000 persone, le prime 24 cause di mortalità sono per malattia (cardiovascolare, diabete, tumori). Il suicidio da solo fa 4mila morti l’anno. Immaginate un tam-tam mediatico da mattina a sera, minuto per minuto, con questo necrologio permanente. Quanto inciderebbe sull’umore? Sulle abitudini? Sullo stato di quarantena? Si fermerebbe la vita. È ciò che abbiamo scelto per il coronavirus. Ha senso tutto ciò?

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Andrea Lorusso
Andrea Lorusso
Classe '91, ragioniere di titolo e professione, giornalista per passione. Collaboro con varie testate dal 2011, possibilmente editorialista di Politica ed Economia. Scrivo perché avere una opinione e farla conoscere, è terapeutico contro la superficialità imperante.

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