Chiude la stagione 2023-’24 e il Teatro Kismet lo fa nei migliori dei modi, fedele fino all’ultimo al suo marchio di fabbrica: il teatro di nicchia, diventato segno distintivo della direzione artistica di Teresa Ludovico.

Ma se una stagione teatrale si chiude un altro tipo di stagione si apre per il “Teatro delle Bambole” di Andrea Cramarossa e Federico Gobbi con l’interesse per il teatro di Pasolini. Infatti per il progetto di ricerca ‘Nella terra di Mezzo – IV approdo le parole di Pasolini’ è stato allestita “Bestia da stile”, l’ultima di sei tragedie scritte dall’intellettuale bolognese. Fu una scrittura piuttosto travagliata, oggetto di vari rimaneggiamenti durati addirittura dieci anni, dal 1965 al 1974.

Nel ‘Manifesto per un nuovo teatro’ pubblicato nel 1968,  Pasolini enunciava e descriveva il suo concetto di Teatro di Parola: l’attore non è più solo l’interprete di un testo, ma diventa il veicolo stesso del testo. Nel contempo lo spettatore deve dimenticare il proprio ruolo e reinventarsi; non uno spett-attore come intendeva Augusto Boal, ma un soggetto che deve avere lo stesso bagaglio culturale dell’autore.

Ed è quest’ultimo il vero protagonista, espresso sulla scena in tutte le sue componenti umane. “Bestia da stile”, opera complessa ed ermetica, risponde perfettamente a questi requisiti essendo una autobiografia di valori, di ideali, di spirito rivoluzionario e trasgressivo, di anelito alla libertà e alla giustizia. Pasolini si identifica con Jan Palach, il giovane studente che a 20 anni a gennaio del 1969 si dette fuoco in Piazza San Venceslao a Praga in segno di protesta contro i carri armati russi che avevano invaso la Cecoslovacchia per reprimere la ‘Primavera di Praga’. In Palach Pier Paolo trasferisce la sua critica al consumismo, alla borghesia avviata sulla china della stupidità morale; la ribellione ad ogni forma di oppressione, del fascismo e del falso comunismo, ma anche le sue ossessioni di omosessuale dichiarato. E’ l’iconoclastia della realtà che lo circonda in un gioco intrigante, in cui la materia viene affermata per essere subito dopo negata. Verità scomode filtrate e declamate per evitare il genocidio culturale, con le quali soltanto è possibile sconfiggere un mito artefatto per poter guardare il mondo contemporaneo in evoluzione.

Cramarossa coglie in pieno il messaggio pasoliniano, sia nella visione poetica che in quella dissacratoria, trovando la mediazione fra il significato della parola, che si fa messaggio per chi ascolta, e il gesto. In quella che è l’opera più criptica di Pasolini lascia quasi intatto il linguaggio, ricercato e a lungo pensato. “Non Surrealismo ma Cubismo per opporsi al silenzio: ma allora possiamo anche ipotizzare un cubismo della parola? Il regista pone l’accento sulla gestualità: gesti ritmici, a scatti, coordinati, simmetrici, nevrotici, dinamici, da parte di un alter ego dell’autore che prima si sdoppia e poi si triplica. Ma il movimento si sa fare anche fluido fino a diventare danza da disco-music in una sfrenata liberazione dalle pulsioni collettive  indotte, oscure, violente, che agiscono dentro di noi; dai modelli di repressione dichiarata e occulta, elaborata in secoli di sorprusi meditati e codificati. Follia? O quella che si vuol far passare per tale? O solo lotta contro la follia in nome della ragione?

Le luci per terra definiscono un quadrato delimitato da quattro lati di luce, ora corridoi per gli attori, ora confini in cui costringere pensieri e comportamenti di vita; confini da violare, da profanare, se il popolo desidera tornare padrone di sé. La ricerca della conoscenza impone di andare ‘oltre’. E le maschere, perlopiù in forma di teste di uccelli, sono imposizioni o scelte per nascondere la parte di sé che snatura l’essenza? Sono interrogativi a cui ogni spettatore può dare la sua personale risposta.

Lo scontro è sempre lo stesso: ‘capitale’ e ‘rivoluzione’. Contro il primo si ergono le utopie, che come tali si infrangono contro un ‘potere’ di fronte al quale i fragili soccombono. Come Jan Palach, e come il fratello di Pasolini, Guido, anch’egli morto a 20 anni, insieme ad altri 16 partigiani come lui, trucidati dalla Brigata Garibaldi  nell’eccidio di Porzus, immolati sull’altare della stupidità umana.

Il teatro è un rito e i suoi officianti sono gli attori. Eccoli: Emilia Brescia, Giovanni Di Lonardo, Rossella Giugliano, Federico Gobbi, Caterina Orlando, Domenico piscopo, Ilaria Ricci, Maurizio Sarni. Applausi per tutti!

Prima assoluta per “Bestia da stile” e debutto al Kismet, completo in ogni ordine di posti,  per il “Teatro delle Bambole”. E non finisce qua, ci fanno sapere, per chi pensa che questa possa essere l’opera summa della compagnia teatrale dopo 20 anni di attività. A presto, alla prossima.

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