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È la vigilia di uno dei giorni più lunghi, l’ennesimo di una vicenda che si trascina ormai da troppo tempo, per la siderurgia italiana. Domani, martedì 20 ottobre 2026, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si pronunceranno sui ricorsi presentati dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e ILVA in AS contro la sentenza della Corte d’Appello di Milano, che ha imposto lo spegnimento dell’area a caldo del centro siderurgico di Taranto.
Il tutto dietro lo scenario di una possibile (probabile) vendita del gruppo siderurgico Acciaierie d’Italia, ma con la spada di Damocle degli investimenti da fare per la elettrificazione dei forni e la decarbonizzazione completa dell’impianto (oltre che per la sanificazione dell’intera area, che resterebbe in carico ai vecchi proprietari, dove però poco o nulla sembra muoversi…) ed un valore di asset che chiaramente potrebbe subire uno scossone anche molto forte legato all’esito della sentenza di domani.
Mentre i giudici di Piazza Cavour si preparano a sciogliere la riserva, il Paese assiste a una nuova e prolungata ondata di mobilitazioni. Gli stabilimenti del gruppo – da Taranto a Genova fino a Novi Ligure – sono attraversati da scioperi e presidi ad oltranza, scaturiti dal timore di un definitivo collasso industriale e occupazionale.
I due scenari in Cassazione: tra giurisdizione e sopravvivenza industriale
Al centro del contenzioso dinanzi alla Suprema Corte c’è il complesso bilanciamento tra la tutela prioritaria della salute e dell’ambiente e la salvaguardia della continuità produttiva di una struttura strategica nazionale. I ricorsi straordinari fanno leva sul presunto difetto di giurisdizione della magistratura civile milanese, sostenendo che le decisioni sull’impatto e la sospensione degli impianti spettassero al giudice amministrativo o al quadro normativo dei decreti governativi d’emergenza.
I due possibili esiti delineano prospettive radicalmente opposte:
Rigetto dei ricorsi (Conferma dello stop): Renderebbe esecutivo l’obbligo di fermata dell’area a caldo. Questo scenario accelererebbe la dismissione degli impianti tradizionali e obbligherebbe l’azienda a raddoppiare immediatamente l’uso degli ammortizzatori sociali, con la richiesta di cassa integrazione straordinaria estesa a quasi 9.000 dipendenti in tutta Italia.
Accoglimento dei ricorsi (Sospensione o annullamento): Consentirebbe di mantenere temporaneamente in marcia gli impianti residui dell’area a caldo, concedendo il tempo tecnico necessario per avviare la transizione verso i forni elettrici e sottoscrivere l’Accordo di Programma con il Governo per la reindustrializzazione decarbonizzata.
Scioperi in tutta Italia e paralisi in Puglia: la protesta di Taranto
L’incertezza sul verdetto ha infiammato i poli siderurgici italiani. Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato uno sciopero generale del gruppo con manifestazioni che hanno bloccato i nodi viari attorno a Genova e Novi Ligure e paralizzato la Puglia.
L’epicentro della protesta rimane Taranto. Centinaia di lavoratori diretti, dipendenti delle ditte dell’indotto e cittadini sono scesi in strada in un corteo che ha attraversato la città ionica, muovendosi dalla fabbrica verso i luoghi istituzionali con lo striscione d’apertura contrario al “ricatto tra salute e lavoro”. Gli scioperi hanno toccato anche il capoluogo regionale a Bari, dove le delegazioni sindacali hanno ribadito la necessità di un intervento immediato del Governo indipendentemente dall’esito giudiziario.
Le reazioni dei sindacati: “Non paghino i lavoratori”
Le sigle metalmeccaniche esprimono profonda apprensione per l’esito di domani. La posizione unitaria emersa dai tavoli di crisi rifiuta l’ipotesi di scaricare l’esito dei contenziosi giudiziari sul reddito delle famiglie.
I rappresentanti di Fim, Fiom, Uilm e Usb sottolineano che, se la Cassazione confermerà la chiusura dell’area a caldo, lo Stato dovrà intervenire con decreti d’urgenza e risorse straordinarie per garantire l’integrazione salariale al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, finanziare le bonifiche e sbloccare i crediti vantati dalle imprese dell’indotto tarantino. La richiesta formale resta quella di mantenere fermi gli impegni per il tavolo interministeriale convocato a Palazzo Chigi il 27 ottobre, data in cui si attende la svolta definitiva sul futuro dell’acciaio italiano.












