HomeCulturaTime Zones, il doppio spettacolo al Kismet: Thurston Moore sugli scudi

Time Zones, il doppio spettacolo al Kismet: Thurston Moore sugli scudi

La 41^ Edizione di “Time Zones” entra decisamente nel vivo portando sulla scena barese nella stessa serata due musicisti di grade rilievo nel panorama internazionale: David Moore e Thurston Moore. Due generi musicali diversi e lontani per concepimento e realizzazione, ma due universi ugualmente affascinanti e densi di suggestioni ipnotiche.

“Time Zones” si presenta come una kermesse di nicchia rivolta a un pubblico qualificato e interessato alle innovazioni, ma aperta a quanti vogliono allargare e arricchire i propri orizzonti culturali. Gianluigi Trevisi, direttore artistico, in proposito dichiara: “Time Zones è da sempre e sempre sarà uno spazio di libertà musicale, un catalogo di proposte volutamente molto differenti tra loro. Sono lavori che rappresentano un termine di paragone rispetto al mainstream, ma anche un luogo in cui la musica diventa uno spazio di riflessione sulla mediocrità dei nostri tempi”.

Dopo due anteprime la rassegna è cominciata l’11 ottobre e andrà avanti fino al 13 novembre: non solo concerti (sempre doppi per serata) ma anche spettacoli che coniugano musica e letteratura, in collaborazione con la Compagnia Teatrale Diaghilev. Tante le location interessate: il Teatro Di Cagno, la Sala Murat, l’Auditorium La Vallisa, l’Officina degli Esordi, il Teatro Kismet (oltre a due puntate fuori città, a Bitonto e Gioia del Colle). E proprio al Kismet il 23 scorso si sono svolti due dei concerti più attesi di tutta la rassegna.

Il piano di David Moore

Ad aprire la serata è stato David Moore, che ha presentato in una lunga suite i nove brani che compongono il suo ultimo lavoro discografico, “Graze the Bell”. Le composizioni sono maturate durante l’isolamento dovuto al covid, quando il musicista si ritirò a Black Mountain, nella Carolina del Nord, in una casa vicina a un torrente. Fu proprio il contatto con la natura e lo scorrere dell’acqua che lo ispirarono profondamente. Le sue musiche sono paesaggi sonori in perfetto equilibrio fra quiete e tumulto, in una neutralità emotiva capace di cogliere sensazioni insolite lontani dalle metropoli. Si ascoltano scale semplici su accordi morbidi, e scale impetuose come l’acqua del fiume. Se la title track riecheggia le campane nel vento in melodie fluide ma mai sdolcinate, “Will Be There”, nella sua lentezza emotiva, lascia intravedere barlumi di speranza con accordi cadenzati e riflessivi; la minimale “Being Flowers” suggerisce introspezioni malinconiche. In un viaggio musicale di circa un’ora David ci ha lasciato esplorare il suo universo interiore.

A seguire sul palco è salito Thurston Moore (stesso cognome ma nessuna parentela con David) col suo gruppo: Seve Beresford al pianoforte, il nostro Pierpaolo Martino al contrabbasso, Mark Sanders alla batteria. Thurston è uno dei migliori chitarristi internazionali, classificato al 34^ posto dall’autorevole rivista ‘Rolling Stone’; ed è anche lo storico, e mitico, fondatore dei Sonic Youth, la grande band che a cominciare dal 1981 per 30 anni e con una ventina di album sconvolse la scena rock mondiale. Punto di partenza fu l’adesione al movimento artistico newyorkese no-wave, tanto legato alla cultura underground. La possibilità di utilizzare strumenti rock con accordature alternative e stravolte, avvicina Thurstone & co. a derive psichedeliche e a visioni di avanguardia care a John Cage e Steve Rich. La sintesi, da loro inventata, di sonorità lontane, garage rock, punk, indie, grunge fu definita ‘noise-rock’. E da allora quasi nulla o poco è cambiato a livello di ‘rumore’. Thurston usa la chitarra sfruttandola in tutte le maniere possibili, modificandone l’elettronica, percuotendola o sfregandola con una bacchetta o quasi violentandola, straziandola, con accordature insolite ottenendo sonorità laceranti, distorte, o liquefatte. Per tutti i quattro musicisti esiste solo una improvvisazione radicale e continua, in cui si riscontrano composizione istantanea, rumore, ed esplorazione senza alcuna gerarchia, senza partiture e spartiti. Psicosi, alterazioni della coscienza, dissonanze, allucinazioni visionarie sono elementi di una elucubrazione sovversiva e scomoda. Risulta difficile trovare il bandolo della matassa, e, se c’è, ogni ascoltatore trova il suo personale: dal caos, dal disordine totale, ognuno può trarre il suo momento di comprensione per rinascere.

Un concerto esclusivo, e soprattutto irripetibile, essendo tutto centrato unicamente sulle improvvisazioni estemporanee dei singoli.

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